di Andrea Minchella
Si susseguono ogni giorno notizie di atti di violenza o di vandalismo da parte di gruppetti di ragazzini che si aggirano per paesi e città liberi di fare qualsiasi cosa senza che nessuno possa o riesca ad intervenire in maniera decisa e definitiva.
Tutto questo viene amplificato esponenzialmente dalla diffusione dei “social” che stigmatizzano e moltiplicano all’infinito migliaia di filmati, spesso realizzati proprio dagli stessi protagonisti, di risse e assurdi atti vandalici che alimentano il desiderio di altri “teenagers” di partecipare, prima o poi, ad un atto di violenza per sentirsi parte di qualcosa o per credere di dover vivere, come nelle migliori fiabe, una dura prova necessaria per diventare finalmente adulti.
Il risultato è che molte città si trasformano in luoghi asettici in cui il branco spadroneggia senza nessun limite o contenimento. Spesso le risse o gli atti vandalici nascono da una profonda ed endemica noia che pervade ragazzini sempre meno attratti dalla scuola e sempre più focalizzati sul proprio cellulare che, come il Lucignolo di Pinocchio, sussurra alle anime di questi giovani che il successo, i soldi e l’arroganza sono le nuove monete di scambio nella società contemporanea. Inoltre il desiderio di apparire, comunque e sempre, diventa un pericoloso detonatore per ragazzi, spesso fragili e disorientati, che in gruppo danno vita al branco, una nuova forma sociale che disintegra le individualità a favore di un’unica anima che sembra non conoscere pericolo, regole o etica.
Orde di ragazzi si muovono come una massa informe dentro città ormai senza più nessuna vera attrattiva per i giovani distruggendo qualsiasi cosa (o persona) incontrino sul loro cammino. Bottiglie, coltelli, cellulari, scarpe da ginnastica nuove e costose, borselli, cappellini e monopattini diventano i nuovi connotati indelebili di una generazione persa, che non ha opportunità e che non ha voce. Il disagio diventa benzina infuocata in centri abitati orribili, con cemento ovunque e pieni di negozi vuoti in attesa di nuove attività commerciali.
E gli altri cittadini, che fanno? Dribblano come possono assembramenti incontrollati di ragazzi sperando di non diventare il bersaglio di qualche gioco violento, di qualche scommessa sciagurata o, peggio, di non rimanere coinvolti in mega risse che in un attimo possono scoppiare trasformando una piazza o una via in un vero ring di combattimento. Quando si superano i limiti assistiamo all’arrivo di una pattuglia di Polizia, Carabinieri o Polizia Locale che, chiaramente in svantaggio numerico, deve identificare tutti i protagonisti di una rissa o semplicemente di una “bravata”. Molti degli identificati, spesso, sono minorenni. Dodici o tredici anni e già fai parte di un gruppo che non esita a tirare fuori un coltello per primeggiare su un altro gruppo. Un rifiuto di una ragazza, una discussione di calcio o semplicemente la voglia di “spaccare tutto” sono spesso i motivi che fanno degenerare una discussione in qualcosa di più grave e pericoloso.
Ultimamente, sempre più spesso, accade che a terra oltre i cocci di bottiglie e di bicchieri ci rimanga qualche ragazzo. Ferito o addirittura morto. Dunque la situazione, che sta montando da diversi anni, sembrerebbe essere scappata di mano alle istituzioni che faticano a trovare una soluzione al problema. Lo Stato sembra latitare, più interessato ai macro-problemi di economia, lavoro e immigrazione. Le istituzioni locali cercano, a volte strumentalizzando ogni fatto increscioso in base al colore politico, di arginare la questione con ordinanze che spesso si dimostrano inefficaci per la gigantesca e complessa portata del fenomeno.
Se da un lato c’è un disagio sempre più dilagante le cui ragioni vanno individuate con chiarezza per poter mettere in campo tutte le possibili risorse nella direzione, politicamente scomoda, di una cura sviluppata e articolata in una lungimirante e duratura visione del futuro che la politica dovrebbe avere, dall’altra c’è un’emergenza evidente che va trattata come tale, anche con decisioni drastiche e impopolari.
Primo passo da parte della politica e dell’opinione pubblica, spesso alimentata dalla televisione e dai giornali, sarebbe quello di non etichettare più in maniera goliardica e semplicistica i protagonisti di questa emergenza sociale come “maranza”. Il termine potrebbe confondere e far credere che gli atti di violenza che intasano le nostre città siano compiuti da ragazzi un po’ sempliciotti con il desiderio di farsi notare. No, il problema è più profondo e le parole vanno usate correttamente, anche se possono sembrare esagerate. Quei ragazzi sono dei criminali (magari “baby” o “micro”), per lo più mossi da futili motivi. E così vanno percepiti.
Parallelamente ad ogni giusto e sacrosanto percorso rieducativo e riabilitativo che deve essere messo in atto con una dettagliata ed onerosa programmazione a lungo termine (urgente e necessaria), si deve incominciare a pensare che certi fenomeni vanno gestiti con fermezza e intransigenza, garantendo a chi commette reati sgradevoli o, peggio, gravissimi una pena certa e severa e restituendo agli altri cittadini la serena e necessaria sicurezza di poter camminare per strada senza la paura di incappare in una delle tante “gang” che infestano molti dei nostri centri abitati.
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