di Massimo Lodi
Elly Schlein ha già vinto, secondo le regole surreali ormai dominanti, il congresso del Pd che non si svolgerà. Il compito viene delegato al referendum sul Jobs act, a suo tempo introdotto dal governo di cui era leader Renzi, segretario dei Dem, e oggi avversato dall’omologa che ne ha preso il posto. Poteva essere un’occasione utile a discutere, mediare, ricollocarsi diversamente nell’area di sinistra. Non è stato così. Schlein va contro il passato del suo partito, insegue Conte nell’eterna sfida radicale, derubrica l’aggiudicazione del consenso di centro a un velleitarismo da scartare.
Il risultato è la ribellione dei riformisti. Quelli che, pur avendo Renzi preso casa altrove, continuano ad apprezzare alcune realizzazioni dell’esecutivo da lui presieduto. Una di queste il Jobs act, finalizzato a rilanciare l’asfittico mercato del lavoro e certo non responsabile della deriva precario-occupazionale degli ultimi anni. Di cui sono diversi gl’inneschi, primo l’impasse a diversificare le strategie produttive, dunque l’ottimizzazione degl’impieghi; secondo, l’idea che in soccorso delle manchevolezze sarebbe intervenuto ad libitum l’assistenzialismo pubblico; terzo, il mancato rinnovamento d’alcune branche dell’istruzione scolastica, propedeutiche a soddisfare la richiesta di lavoro su un mercato sempre più selettivo/globale; quarto, la mancata sburocratizzazione, capace d’affondare qualsiasi intento d’agile progresso.
Ma le perplessità economiche sembrano nulla rispetto alla meraviglia politica. Suscitata dal mirare senz’alcuna remora alla spaccatura d’un Pd già plurispezzato di suo per altre mille ragioni. Dove può condurre lo strappo referendario di Schlein? Allo strappo esiziale dentro la formazione che guida da due anni. Lei è convinta che i riformisti infine subiranno, persuadendosi a perdere la battaglia dell’8 giugno e preparandosi -come se nulla fosse accaduto- ad ulteriori chiamate, voto regionale nel ’26 e voto politico nel ’27. Ma non sta scritto in nessuna carta previsionale che andrà così. Potrebbe infatti succedere che dal semplice dividersi su un tema si passi al complicato separarsi sull’intero programma ideale. Dunque a una scissione. Parola finora sottaciuta e ora invece resasi pronunciabile. Pronunciabilissima.
Si tratta dell’ennesimo regalo fatto alla destra, tanto più oggi che va risoluta contro tutti i referendum, e non solo uno. Tanto più oggi che il presidente del Senato, seconda carica della Repubblica, invita a disertare le urne. Tanto più oggi che sulla ribalta internazionale la voce della sinistra, aldilà d’un pacifismo di bandiera/maniera, non si sente. È spenta come la segretaria del maggior partito d’opposizione, della quale si fatica a illuminare un guizzo che resti nella memoria collettiva. E sì che l’ascesa al soglio pontificio di Leone XIV le avrebbe potuto suggerire una svolta in nome della parafrasi agostiniana: in illo unum uno. Nell’unico credo politico siamo una cosa sola. Ma quando mai?
