Non c’è pace nella guerra a sinistra

guerra sinistra conte schlein
Elly Schlein e Giuseppe Conte

di Massimo Lodi

Alla sinistra italiana l’ultima svolta bellica mondiale offriva due occasioni. 1) Di scegliere la responsabilità nazionale, trovando un’intesa col governo nell’emergenza e non deragliando in biasimi inutili, fatto salvo l’esprimere utili correttivi all’azione meloniana. 2) Di far precedere quest’appeasement da un patto al suo interno, evitando posizioni differenti e persino alternative, così da mostrare il profilo d’autorevolezza sempre necessario e di sicuro indispensabile qualora ci si voglia candidare domani a sostituire chi abita Chigi oggi.

Nessuna delle opportunità è stata colta. Si è andati divisi incontro agli eventi. E quali eventi, in dodici giorni. Israele che attacca l’Iran, l’Iran che colpisce Israele, l’America che martella (Midnight Hammer) i siti nucleari degli ayatollah, Trump che prima dice una cosa, poi l’altra, quindi una terza. La sinistra è andata dietro a quanto succedeva, incapace di farsi precedere da idee chiare, propositi certi, visione d’insieme.

Mentre Schlein -avviato il dialogo con la premier giusto per non rompere coi riformisti Pd- pareva intenzionata a ricoprire un ruolo d’avvedutezza istituzionale, Conte scendeva in piazza all’Aja nella manifestazione antieuropea No rearm no war. All’Aja dov’erano riuniti i leader dei Paesi Nato, costretti a discutere di come difendere la pace, se del caso, anche con la guerra. Non una determinazione nuova/dirompente e invece la ripetizione antica/ovvia dei fondamentali dell’agire degli Stati, e degli organismi sovranazionali cui essi appartengono, quando dalle circostanze vien lampeggiato l’alarm rosso tragico.

Del resto, nulla di diverso da quanto accaduto a proposito dell’Ucraina. Che, invasa dai russi, fu aiutata in mille modi da Usa ed Europa. Più dagli Usa che dall’Europa. Ora che gli Usa chiedono all’Europa d’adoperarsi sul piano militare come avrebbero dovuto da tempo e come non han fatto, c’è da indignarsi zero. E da recuperare a mille. Nella convenienza degli aggrediti e a vantaggio proprio, perché gli scherzi devastanti degli autocrati sono sempre all’ordine del giorno. E si rischia di diventarne il bersaglio.

Dunque nella nostra sinistra, come pure nella nostra destra, parrebbe doversi poco questionare. Se la criticità chiama, si risponde secondo le regole internazionali sottoscritte, gl’impegni politici e morali presi, il realismo che a cominciare dalla stralodata Costituzione del ’48 viene suggerito/imposto. Per esempio: l’Italia ripudia la guerra, ma se la guerra minaccia di trascinare al suo interno l’Italia, come può non prepararvisi l’Italia? La pace è una conquista dolorosa, talvolta. S’ignora che male sussista nel prenderne atto. Perciò: allo stesso modo del deragliare di Salvini a destra, lo sviarsi di Conte a sinistra lascia basìti. Con una differenza. Che Salvini può permettersi il gioco dialettico, continuando nell’operatività di governo e parlamentare a sostenere la Meloni. Conte può permetterselo pure lui, tuttavia al prezzo di rendere non credibile agli occhi degli elettori una futura alleanza con Schlein in vista delle elezioni ’27. E infine Schlein, permettendosi un fondo d’ambiguità pur di non rompere con il leader Cinquestelle, proietta di sé stessa l’immagine confusa d’un partito che ne contiene due o tre. Quale sarà quello vero? Ecco la domanda-bomba.

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