di Giacomo Tamborini*
Gentile Direttore,
ho letto con grande interesse il suo editoriale “Non è una politica per giovani” e, dopo qualche riflessione, ho pensato di scriverle, anche se con un po’ di ritardo.
Un ritardo che nasce da una convinzione – forse un po’ controcorrente – secondo cui oggi la politica parli troppo di sé stessa e troppo poco del mondo reale.
Preferisco la riflessione all’annuncio, l’azione quotidiana alla ribalta, il confronto silenzioso alla visibilità forzata, perché è nel lavoro amministrativo – lento, complesso, a volte frustrante – che si costruiscono davvero le comunità; è fra una delibera e una telefonata a un cittadino, tra una riunione con gli uffici e una camminata in strada, che si misura il senso della politica “vera”.
Chi sceglie di impegnarsi, in particolare se da giovane, lo fa, quasi sempre, per una forma di vocazione. Una parola impegnativa, certo, ma necessaria, perché la politica – quella autentica – non è un mestiere, ma un servizio; non è un titolo, ma una responsabilità.
Qualcuno la definisce una “malattia”, e forse lo è davvero: un tarlo che ti spinge a credere che le tue idee possano servire a qualcosa, che il tuo tempo possa essere utile non solo a te, ma anche agli altri, insomma che quello che pensi – e fai – possa far bene al tuo territorio e alla tua comunità. E oggi, essere portatori sani di questa passione non è semplice, soprattutto per i giovani.
Ha ragione, Direttore: i partiti, salvo rare eccezioni, hanno abdicato al loro ruolo formativo. Non sono più strumenti, ma troppo spesso fini – talvolta persino fini a sé stessi – e non più luoghi di crescita, ma palcoscenici.
La selezione della classe dirigente è sempre meno orientata a competenze e visione, e sempre più legata a fedeltà e logiche interne.
Così, per chi guarda da fuori, la politica appare distante, autoreferenziale, chiusa; esporsi diventa rischioso, l’impegno fa paura, ed è più facile restare spettatori, se non addirittura disillusi. E l’etichetta del “sono tutti uguali” viene appiccicata addosso a chiunque scelga di metterci la faccia, a prescindere da come e perché lo faccia.
Ma non è così. O almeno, non lo è sempre.
Per ogni caso di mala politica, ce ne sono molti altri – spesso invisibili – di buona politica, anche sul nostro territorio. Donne e uomini, ragazze e ragazzi che si impegnano con serietà e in silenzio, che rinunciano al proprio tempo per mettersi al servizio del proprio territorio, che affrontano problemi anche non loro, che ascoltano richieste, che provano a trovare soluzioni, consapevoli che spesso non basterà, che ci vorrà tempo, che serviranno ostinazione, pazienza, dedizione.
La verità è che la politica, se fatta bene, è ancora una cosa bella. È un’occasione – rara, faticosa, ma preziosa – per migliorare il presente in cui viviamo e, nonostante tutte le difficoltà, resta il più potente strumento che abbiamo per cercare di costruire un futuro migliore.
Sì, è vero: oggi la politica non è pensata per i giovani, ma è proprio per questo che i giovani devono essere per la politica – non per adattarsi a un sistema che non li rappresenta, ma per rinnovarlo, per contaminarlo con energia, idee, visione, concretezza.
Perché se si ritirano, se si arrendono, se si rifugiano nel cinismo o nell’astensione, vincono gli interessi organizzati; il disimpegno non lascia un vuoto, lo riempie chi sa approfittarsene. E più cresce l’astensione, più contano – e decidono – i gruppi di potere che, magari, proprio chi si astiene vorrebbe delegittimare.
L’antipolitica, alla fine, diventa una stampella di un sistema che si vorrebbe cambiare. Non lo scardina, lo rafforza. Alimenta l’autoreferenzialità, non produce alcun cambiamento, e anzi cementifica l’esistente.
E così, chi prova a cambiare davvero le cose – con fatica, con idee nuove, con uno sguardo diverso – si ritrova sempre più isolato, o peggio, percepito come ingenuo.
Nonostante tutto, però, è necessario provarci.
Il fallimento è un’opzione? Probabile e possibile.
Ma la politica non ha bisogno di persone perfette: ha bisogno di persone sincere, serie, disposte a impegnarsi, anche sapendo che non sempre saranno comprese, che non sempre arriveranno subito risultati tangibili, che non sempre ci sarà gratitudine.
Ha bisogno di persone, e di giovani, che la facciano con speranza, che la sentano un proprio dovere morale e civile. Di persone, e di giovani, che seguano, si, questa vocazione, concretizzandola, perseguendola, lavorando ogni giorno e dimostrando che “la cura per il bene comune, oltre il proprio interesse o l’interesse del proprio partito, l’impegno che trova motivazione nell’inquietudine e nel realismo della speranza si chiamano “politica”.
*vicesindaco di Azzate
