Non è una politica per giovani

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Pier Silvio Berlusconi: "Più volti nuovi per Forza Italia"

Come dare torto a Pier Silvio Berlusconi quando sottolinea l’esigenza per Forza Italia di fare spazio a “più volti nuovi”?  E come eccepire ad Antonio Tajani quando, quasi sottovoce, gli risponde che “il partito non è un’azienda”? Hanno ragione tutti e due. Il loro dialogo a distanza vale per l’intero sistema politico italiano che fatica ad attuare cambi generazionali e, quando ci prova, non sempre sceglie i migliori. Per lo più prende quello che c’è, a fronte della scarsità di vere vocazioni per la politica, di mancanza di esperienze maturate sul campo, al di là delle scuole di partito che offrono al massimo nozioni teoriche ma non formano un politico nel senso compiuto del termine.

A parte le eccezioni, che pure ci sono e ci sono state, chi si avvicina alla politica e, prima ancora, alla gestione amministrativa negli enti locali, ha bisogno di apprendere; per essere più chiari, ha bisogno di acquisire e capire il mestiere giorno per giorno da chi batte i marciapiedi da sempre e rappresenta un esempio, un riferimento, una sicurezza in un campo insidioso, per frequentare il quale non basta una laurea o la personale convinzione di essere all’altezza: ci vuole anche materia grigia. Che si declina con la passione.

Giorgia Meloni non si è ritrovata leader di un partito e primo ministro del nostro Paese dalla sera alla mattina: ha concluso un percorso di crescita cominciato diversi anni fa nei movimenti giovanili della sua componente politica. E’ stata brava? Risposta scontata. Ma la bravura si accompagna sempre con la passione e con l’intelligenza.  E, guarda caso, non ha avuto nemmeno bisogno del classico “pezzo di carta”.

Il problema della nuova classe dirigente si avverte di più nei Comuni, prima frontiera dell’attività pubblica. Senza andar lontano, l’involuzione anche culturale della politica si riscontra, seppure con differenti livelli, nelle assemblee civiche di città come Varese, Busto Arsizio e Gallarate. I posti elettivi sono occupati in parte da personaggi improbabili, appunto senza alcuna esperienza se non quella delle loro velleità e delle singole, non sempre sane, aspettative. Il confronto latita e, in molti casi, si rivela persino penoso.

Cos’è accaduto? Dove sono  i giovani di valore? L’analisi dovrebbe partire da lontano, fors’anche dalla comoda necessità di chi comanda di avere attorno squadre mediocri piuttosto che di collaboratori pensanti. Non è così dappertutto, ci mancherebbe. Ma non si può nemmeno avere le fette di salame sugli occhi. Non si può non vedere che i giovani validi stanno alla larga (sono tenuti alla larga) da certi presidi amministrativi, scelgono carriere diverse, che non contemplano la politica. Insomma, dirottano le loro passioni professionali verso obiettivi più gratificanti.

A chi addebitare la responsabilità di tale declino? Ai partiti, innanzitutto, che hanno rinunciato al compito formativo di un tempo, che nel recente passato, complice il contesto sociale, hanno portato dentro tutti e di tutto. Inoltre, l’assenza di veri leader che possono fare la differenza e dare un senso valoriale alla politica, che non sia soltanto dispensatrice di potere per il potere, ha fatto il resto.

Pier Silvio Berlusconi evoca la necessità di una visione per il futuro. Però non dà una soluzione definitiva. E se è vero che i partiti non sono un’azienda che assume i manager che ritiene più opportuni, bisognerebbe ripartire dalle figure che, alla politica, riservavano un’importanza prioritaria, assoluta. Nomi? Se ne possono fare diversi, Moro, Berlinguer, Pertini, De Gasperi, magari Almirante: altra sostanza, altre passioni, altri esempi, altri stimoli. Oggi chi c’è?  Elencare nomi si fa in fretta, ma forse non è il caso.

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