Vuelta, Nibali: “Ciccone e Tiberi, conto su di voi. Pellizzari? E’ il nostro diamante”

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Lo squalo dello Stretto Nibali

Gioie e trionfi, ma anche momenti difficili. Vincenzo Nibali è sempre stato un grande protagonista della Vuelta. Oggi lo Squalo ci apre lo scrigno dei suoi ricordi, ma analizza anche la corsa che prende il via sabato 23 agosto da Venaria Reale: i suoi favoriti e le aspettative su Ciccone, Tiberi e Pellizzari.

Vincenzo le tue partecipazioni alla Vuelta, sette, non sono mai state banali. È sempre successo qualcosa. Nel 2010 il primo trionfo in un grande giro. Che ricordi hai?
“Ero arrivato a Siviglia con una buona squadra, ma l’ultima settimana è stata un po’ dura per tutti. Un po’ la stanchezza, forse anche il team non si aspettava che andassi così forte. Però abbiamo tenuto duro e siamo riusciti a portare la Vuelta a casa. Comunque venivo attaccato in ogni momento, la Vuelta è sempre stata un po’ così. Per la paura di perderla, a volte non dormivo neanche tanto bene la notte”.

Si è sempre detto che una delle tue doti maggiori era che non sentivi la pressione. Che eri tranquillo in qualsiasi occasione. Ora tu mi dici che sentivi la pressione, è una cosa abbastanza rara.
“Sì, però alla fine ci pensi, anche se uno che è di suo dorme sempre bene. Sai che sei teso, specialmente quando arrivi quasi alla fine. Capitato alla vigilia degli ultimi arrivi in montagna, come quello che era della Bola del Mondo. Ti trovi a lottare con un Mosquera che comunque si era dimostrato fortissimo. Vincere era un po’ l’obiettivo personale. Tra virgolette ero molto spensierato, però avevamo costruito quella vuelta pian piano. Sapevamo che c’era una bella cronometro lunga, potevo fare tanta differenza. Nonostante anche una foratura l’ho fatta in modo superlativo”.

Con un cambio di bicicletta che aveva fatto un po’ discutere. Qualcuno ipotizzava una violazione del regolamento
“Volevo solo cambiare la ruota e tenere la mia bici perché non sono mai favorevole al cambio del mezzo. Poi non mi ricordo bene cosa successe. Ho cambiato bici e sono ripartito senza borraccia che poi mi hanno passato. Qualcuno ha detto che non si poteva fare”.

A proposito di Bola del Mundo che sarà traguardo della ventesima tappa: che salita è? Perché quella nella Sierra de Guadarrama è una scalata veramente atipica, no?
“La parte finale è molto dura. Alla curva, quando la corsa gira verso il bivio e si inizia a salire lì, diventa veramente l’inferno spagnolo, possiamo chiamarlo così”.

Nibali sulla Bola del Mundo nel 2010 (Bettini)

E’ paragonabile a qualche altra salita?
“Ora ho un lontano ricordo, perché poi l’ho fatta tutta di un fiato, sempre lì a 20 metri staccato da Mosquera. Era un tiro in molla, mi avvicinavo, mi allontanavo, mi avvicinavo, mi allontanavo. Avevo 40 secondi di vantaggio su cui giocare.  Poi andai a riprenderlo sotto la linea d’arrivo. Mi ricordo che era molto dura e c’erano tanti tornanti in cemento. Non è uno Zoncolan, però potrebbe essere simile, forse un po’ più duro del Mortirolo”.

La Bola del Mundo può essere paragonata a un Mortirolo, ma più duro

Hai detto una cosa prima: ‘correvo in modo spensierato’. In questo ciclismo attuale, dove si dice che i corridori siano particolarmente stressati,  tu come ti vedresti?
“Ma no, è uguale, perché tu cresci con questo tipo di mondo, con questo tipo di ambiente, e quindi ti adatti. Probabilmente ai miei 25 anni, in paragone ad adesso, avrei fatto sicuramente meno osservazioni, perché oggi i corridori hanno molte più cose a portata di mano e devono pensare di meno. Le squadre si sono attrezzate molto di più, con il nutrizionista per esempio. Anche se noi della Liquigas, forse proprio nel 2010, siamo stati i primi a portare nel mondo del ciclismo la cucina viaggiante. Gli altri team ancora non l’avevano”.

Facciamo un salto di tre anni: battuto dall’americano Chris Horner, 40 anni. Ogni giorno sembrava quello buono per superarlo, invece…
“Invece quel momento non è mai arrivato. Horner è stato un avversario difficile. Si pensava magari che potesse cedere da un giorno all’altro, invece l’ha spuntata lui. Ma anche la stessa Vuelta, che vinse Froome fu battagliata fino alla fine con Sierra Nevada, Los Machucos, l’Angliru l’ultimo giorno. Nella discesa prima, io caddi e rientrai sotto la salita. Arrivai in cima impiccato”.

Restiamo al 2013: a poche ore dal via della crono di Tarazona una vespa ti punge sul viso
“E mi ha gonfiato la faccia per bene. L’Astana aderiva al Mpcc quindi le cure non prevedevano l’uso del cortisone. Vietato. Fabian Cancellara mi disse che se fosse capitato a lui avrebbe abbandonato la corsa. Che dovevo andare in ospedale. Ma sai, io ero lì a lottare per la maglia, per la classifica, ero a 43″ dalla maglia rossa di leader. Ero sfigurato, con gli occhi così chiusi che non vedevo la strada”.

Arriviamo al 2015: seconda tappa verso Caminito del Rey. Espulso per traino dall’ammiraglia
“Dissi al tempo che sono cose, errori, che potevano capitare. Chiaro, colpa mia e del diesse, ma tutto nacque a causa di una caduta de dalla foga di rientrare. Forse sono stato anche il primo a essere sanzionato così duramente. Fu un atto sicuramente sbagliato, per carità. Però se quella parentesi non ci fosse stata sono sicuro che dopo non avrei vinto il Lombardia. Avevo tantissima rabbia da scaricare sui pedali.  Rientrai alle gare motivatissimo, mi ero allenato come non mai. Fu un grandissimo riscatto. Da un errore poi sono venute fuori delle bellissime cose. Ci sta in una carriera lunga 18 anni.  Lo ripeto, quello che successe non fu perché volevo vincere, non si voleva rubare nulla”.

Veniamo al presente. Quest’anno andiamo alla Vuelta con Tiberi e Ciccone che conosci molto bene. Che cosa ci possiamo aspettare da loro due?
“Le salite della Vuelta si possono adattare benissimo a entrambi. Uno perché è molto esplosivo, e mi riferisco a Ciccone. Le salite spagnole generalmente sono un pochino più brevi rispetto a quelle del Giro d’Italia ma anche molto più brevi rispetto a quelle del Tour de France. Cambiano anche le pendenze che si adattano molto bene alle qualità di scattista che ha il Cicco. Ma anche Tiberi comunque offre degli spunti molto potenti. Sicuramente tutti e due cercano un riscatto da un Giro un po’ più deludente. Confido in loro, possono fare una bella classifica”.

E di Pellizzari che opinione hai?
“È un osservatore speciale. Secondo me ci può regalare delle buone cose ma è tanto giovane,  bisogna dargli spazio e tempo. Non mi voglio sbilanciare. È il nostro piccolo gioiello, il nostro piccolo diamante che dobbiamo proteggere, curare, sgrezzare. Dobbiamo aspettarcelo fortissimo in futuro. Sappiamo che può regalarci delle grandi cose però ha bisogno di crescere ancora un po’”.

Ma se Pellizzari ti chiedesse un consiglio, ti domandasse se meglio che provi a fare classifica o lasciare perdere e puntare una tappa, tu cosa gli risponderesti?
“Lui è un corridore da corsa a tappe, deve iniziare a curare la classifica, prendere le misure.Facendo classifica resti tutti i giorni concentrato,  ti misuri con gli altri, hai un ritmo diverso. Capisci cosa hai e cosa ti manca. Poi, se avrà l’occasione potrà puntare anche a una tappa”.

Pellizzari deve curare la classifica, poi nel caso pensare a vincere una tappa

Non ci sarà Pogacar: cosa cambia?
“Cambia tutto. La gara sarà molto aperta, magari senza controllo. Lo show potrebbe trarne vantaggio”.

Il tuo favorito chi è?
“Credo Vingegaard. Ha corso poco a inizio stagione, è uscito bene dal Tour. Andrà molto forte”.

Vincenzo, ci vediamo sabato 23 a Torino?
“A ma nessuno della Vuelta mi ha invitato. Sto alla finestra”.

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