Da Pantani a Nibali, passando per Cunego, Garzelli, Simoni, Aru e Contador. Nove grandi giri vinti, tra cui la Vuelta 2015 con Fabio Aru, in 39 stagioni in ammiraglia. Un gigante, non un direttore sportivo. Un luminare delle grandi corse a tappe. Lui è Giuseppe Martinelli, in arte Martino, bresciano, 70 anni. Gli abbiamo chiesto i suoi ricordi e i favoriti di questa edizione che prende il via sabato 23 agosto da Venaria Reale (Torino) con primo arrivo a Novara.
Martino, quando si parla di te si fa riferimento al grande direttore sportivo, ma prima tu sei stato anche un discreto corridore capace di vincere anche una tappa alla Vuelta del 1980. A Vinaroz, Comunità Valenciana, ti sei tenuto dietro Sean Kelly
“È vero, era la terza tappa. La prima tappa ho fatto terzo dietro Kelly, la seconda ho fatto secondo sempre dietro dietro Kelly e la terza l’ho battuto”.
In progressione
“Poi quell’anno lì ho fatto un altro secondo posto. Vincitore? Kelly, chi e no? Ha vinto sette tappe in. Quell’edizione, più la classifica generale. Pensa che a un certo punto, Kelly non si ricorderà neanche più, a un certo punto io portavo la maglia a punti, che era azzurra ed era sua, ma lui non poteva indossarla perché aveva già quella di leader. Alla quindicesima tappa gli dico: ‘Sean dai, non fare le volate ai traguardi intermedi, lasciami vincere questa cavolo di maglia tanto tu vinci la Vuelta”. Lui mi risponde: ’Va bene dai Martinelli, se fai i punti nei traguardi volanti e nel traguardo finale a Madrid puoi anche vincerla. Oh, sono mica andato fuori tempo massimo quel giorno lì? La mattina me l’aveva detto che me l’avrebbe lasciata, la mattina stessa. Da Orense a Ponferrada: tappa strana, brutto tempo, in cinquanta oltre il tempo limite”.
Da diesse un trionfo con Fabio Aru nel 2015 e un secondo posto di Vincenzo Nibali, nel 2013 dietro a Chris Horner.
“Porco cane, quando mi viene in mente quella Vuelta lì, con Nibali che perde contro Horner mi viene da mangiarmi ancora le mani. Forse ho sbagliato io”.
Appunto, cosa è successo nel 2013? Mi ricordo che ogni giorno sembrava quello buono per battere l’americano che diceva di mangiare i Mars in corsa, invece….
“Pensavamo, ma sì dai nell’ultima settimana questo qua salta per aria, salta per aria, invece più andava avanti e più andava forte. No, noi abbiamo sbagliato, è stata la puntura della vespa che ci ha condizionato la crono”
Eravamo a Tarazona e Nibali era irriconoscibile per il gonfiore. Tra l’altro non ha potuto curarsi con il cortisone perché l’Astana aderiva al Mpcc che vietava l’uso di questo farmaco
“Quel giorno Vincenzo avrebbe preso la maglia perché veramente andava forte. Invece no, ha corso con un occhio chiuso completamente per la reazione allergica. Tu c’eri e ti ricordi. Alla fine è stato un problema davvero quel giorno lì. Horner siamo riusciti a batterlo, ma di poco. E poi in altre occasioni potevamo batterlo tranquillamente. Mi ricordo quando siamo arrivati all’Alto del Naranco, per esempio. L’americano era andato un po’ in crisi, invece aspetta, aspetta, aspetta l’ultima salita e sull’ultima salita ha tenuto e non abbiamo guadagnato niente. Da lì è stata un’escalation per lui. Andava sempre di più fino a che, cazzo, fino che non l’abbiamo più battuto. Anzi, gli ultimi giorni andava più forte lui”.
Della vittoria con Aru che ricordi hai?
“Eravamo andati in Spagna convinti di fare veramente bene perché ti ricordi che c’era anche Vincenzo (Nibali, ndr). Però lui l’hanno mandato a casa alla prima tappa in linea. Cacciato lui e Shefer”.
Una giornata folle la Alhaurìn de la Torre-Caminito del Rey, dintorni di Malaga
“Sì, quando mi viene in mente è incredibile. A una trentina di chilometri dal traguardo c’è una caduta di metà gruppo. Va giù anche Vincenzo, si formano gruppetti. Nella foga di rientrare si attacca all’ammiraglia, ma io continuavo a dire a Shefer: ‘Lascia, lascia, basta tirarlo. Guarda che ci mandano a casa. E lui niente’. Eravamo nel quarto gruppo, siamo andati quasi nel primo. Appena finita la corsa, mi chiama il presidente di giuria. Mi fa: ‘Dobbiamo fare un comunicato e se vieni nella sala della giuria dopo l’arrivo ti facciamo vedere un filmato. Ho detto a Shefer: ‘Adesso vai te perché io lo so già com’è’. Mandati a casa lui e Vincenzo. La giuria aveva un filmato bellissimo fatto dall’elicottero…”.
Però tu in quella Vuelta hai sempre creduto che alla fine Aru avrebbe vinto. Anche quando la corsa sembrava persa. Poi nella ventesima tappa, alla Cerdedilla nella Sierra madrilena, il capolavoro di Fabio
“Dumoulin era veramente forte, però era senza squadra. Io mi ero un po’ anche arrabbiato perché la tappa prima, che arrivavamo ad Avila, Fabio aveva perso 3 secondi dall’olandese. Gli ho detto ma come è possibile, stiamo giocandoci la Vuelta, e non tieni la sua ruota? Con Aru non era difficile litigare. Però il giorno dopo abbiamo fatto una grande tappa: Samuel Sanchez, Landa, Zeiss. Era ancora una grande Astana. Dumoulin era proprio senza un corridore. L’abbiamo attaccato sulla terzultima salita e alla fine siamo usciti a far bene. Però lui era un combattente e per un pelo quasi si salva ancora perché è arrivato a 50 metri da prendere Aru che ha trovato Samuel Sanchez che l’ha portato via. E Landa quel giorno è stato fantastico. Ha fatto quella salita veramente come se ci fosse l’arrivo lì e abbiamo staccato Dumoulin”.

La Vuelta è una corsa molto differente da Tour e Giro. Concordi?
“Certamente. La prima cosa è sicuramente che ci sono tanti arrivi in salita. Le vanno a cercare con il lanternino. Capitato anche undici arrivi in salita su ventuno tappe, fai te. Però non c’è il problema dell’altitudine perché ai duemila metri non si arriva quasi mai. Sono montagne dure, ma basse. Poi c’è veramente una grande battaglia anche perché per molti corridori è come un esame di riparazione se hanno sbagliato Giro o Tour. Tatticamente è sempre una corsa molto aperta a varie soluzioni. Vincere una tappa alla Vuelta è importante perché è una tappa di un grande giro, però è alla portata un po’ di tutti. Si sentono un po’ di poterlo fare tutti qualcosa di buono. E questo aumenta l’agonismo e lo spettacolo”.
Quest’anno secondo te chi è il favorito?
“Ma sai, Vingegaard se va lì è per fare quello che è capace di fare. Quest’anno la Visma ha una possibilità incredibile per vincere un altro grande giro. Però ha dei buoni concorrenti perché secondo me Almeida ci arriva bene, hai capito? Non so Ayuso: è un po’ un punto a vantaggio o a svantaggio di Almeida averlo in squadra? Ayuso vorrà sicuramente far bene, ma sarà in condizione? Per ora non mi sembra super”.
Vingegaard è il mio favorito, ma Almeida va forte. Ayuso? Vorrà fare bene ma sarà in condizione?
Senza Pogacar cambia tutto. E non è detto che sia in peggio
“Concordo, cambia tutto. Sarà una corsa da inventare”.
Con Pogacar sai che gli devi stare a ruota, resistere il più possibile. Senza lo sloveno devi muoverti tu
“Bravo, forse anche a Vingegaard gli mancherà un punto di riferimento importante perché Vingegaard ormai era abituato a incollarsi a ruota di quello lì. Lo francobollava. Stavolta forse si metterà a ruota di un altro della Uae”.
Noi italiani non siamo messi malissimo, però, a questa Vuelta.
“No, quest’anno alla Vuelta credo proprio che ci divertiremo davvero. Tiberi sono convinto che deve fare veramente qualcosa di buono, assolutamente. Ciccone secondo me quest’anno ha un’ottima possibilità per fare veramente qualcosa di importante”.
Ma Ciccone per la classifica, dici?
“Sono convinto che il Cicco non deve provare a fare classifica, hai capito? Poi oh, se veramente va forte all’inizio la dovrà fare per forza. Il secondo giorno c’è l’arrivo in salita a Limone Piemonte e alla fine se va non è che può nascondersi, hai capito? Potrebbe anche vincere e prendere la maglia.
Fare qualcosa di importante cosa vuol dire per Ciccone secondo te?
“Finalmente vincere qualcosa. Per me può anche far bene in classifica e poter anche aspirare a qualcosa di straordinario. La condizione che ha adesso è incredibile. Il suo problema finora è stato che una giornata negativa ce l’ha sempre”.
A Tiberi cos’è che manca invece per fare il salto?
“L’ho visto anche al Polonia, ti dico senza nulla togliere il ragazzo che mi è sempre piaciuto davvero, non per ridere. Però non puoi partire in prima posizione da seduto con gli avversari a ruota. Devi un po’ anche gestire, se tu vuoi veramente fare selezione o vuoi fare veramente un’azione vai in sesta posizione e parti deciso per un’azione vera. Non lo vedo mai determinato a fare un’azione veramente in prima persona per far male, hai capito? Sembra sempre che abbia qualcosa di scorta”.
Ma di questo quanto è colpa sua quanto dell’ammiraglia?
“Sai questo è sempre difficile dirlo, non è che io voglio criticare un direttore piuttosto che un altro però qualcuno dovrebbe dirgli: ‘O salti o vinci, proviamo’.
E Pellizzari?
“Pellizzari lo aspetto al varco perché secondo il mio punto di vista lui con questa Vuelta può dimostrare veramente cosa può fare in futuro. Mi aspetto qualcosa di positivo che sia il futuro di questo ragazzo anche se alla fine il futuro di questo ragazzo dipenderà molto dalla squadra. Alla Red Bull si ritrova in una squadra dove i grandi di capitano, se un giorno glieli daranno, saranno importanti. Però se li dovrà conquistare”.
Pellizzari lo aspetto al varco perché secondo il mio punto di vista lui con questa Vuelta può dimostrare veramente cosa può fare in futuro
Quindi da lui cosa ti aspetti?
“Che in certe tappe sia protagonista al 100%, non che pensi salviamoci e vediamo giorno dopo”.
In questi casi un giovane deve lasciare perdere alcune tappe e puntare tutto su altre oppure, come io credo, deve provare a stare lì a lottare sempre con i primi per vedere fin dove può arrivare?
“Allora, lottare lì con i primi vuol dire che tu tutti i giorni devi essere al 90 se non al 100%. Dopo la prima settimana dovrà fare un bilancio e, conseguentemente, delle scelte mirate. Potrebbe dire ok un giorno piuttosto che arrivare a due minuti prendo sei minuti e il giorno dopo provo a vedere di fare la tappa e vincere. Perché vincere alla fine è quello che ti rimane anche nel palmares. Tu prima mi hai detto: ‘Oh hai vinto anche una tappa alla Vuelta’. Ma se io quel giorno lì avessi fatto secondo o terzo tu non me l’avresti detto”.
Per un giovane è meglio una vittoria di tappa da fuori classifica, quindi, che non arrivare nei 10 senza successi parziali?
“Mille volte una vittoria di tappa piuttosto che un quinto o sesto posto. Pellizzari deve mettere nel carniera qualche vittoria. I piazzamenti non contano. Ma adesso te la faccio io una domanda: tu vai giù? La seguirai tutta?”.
Certo Martino, per Malpensa24
“Che fortuna! Chi ti toglie da lì? La Vuelta è bellissima, c’è niente da fare. Io andavo non volentieri, di più. È l’unica grande cosa è che tu arrivi tranquillo alla partenza. Non è come al Tour che ti girano le scatole già quando sei in colonna per andare alla partenza. La Vuelta è tutta un’altra cosa. Bellissima”.
