Giornate tese alla Vuelta e per la #lavueltaamimanera resta poco spazio. Il caso Ayuso ha monopolizzato le attenzioni sia del giorno di riposo, sia di ieri. Un caso mal gestito dalla Uae che ha visto la reazione scomposta del corridore. Il team ha scelto un momento non idoneo per far uscire un comunicato maldestro e un po’ ipocrita. Il malessere covava già da oltre un annoi. Da parte sua il corridore ha reagito in modo scomposto, inadeguato. Gli Emirati non sono di certo un posto dove i diritti umani sono pienamente rispettati. In particolare vengono violati riguardanti la libertà di espressione, i diritti dei lavoratori migranti e ai diritti delle persone LGBTQ+. La squadra di ciclismo, come altre, serve anche per lavarsi l’immagine. Sentire affermare da un corridore importante del team, Ayuso appunto, che “questa squadra è una dittatura”, non deve avere fatto molto piacere a chi caccia il grano.
Mancato il coraggio
Un’affermazione a cui è stato poi messo il carico. “C’è stata una mancanza di rispetto, una dietro l’altra da parte della direzione della squadra e così è difficile l’unione e l’integrazione. Il comunicato è stato fatto uscire per danneggiare la mia immagine”. Parole definitive per sancire la rottura. E questa mattina poteva esserci il dubbio che Io corridore non fosse fatto partire. Anzi, sarebbe stato logico lo stop mancando da entrambi le parti un rapporto di fiducia. In qualsiasi ambiente lavorativo sarebbe stato così. Invece, ma c’era da aspettarselo, è mancato anche il coraggio, lo huevos, al team per prendere una decisione che sarebbe stata logica.

Compatimento
E prima del via la scena al bus bianco del team emiratino era abbastanza ridicola. Gianetti, il general manager, assente; il più alto in grado era Matxin che si è concesso ai giornalisti per la consueta “supercazzola”. Poi, tra lui e Javier Ayuso, il padre del corridore e fino a primavera anche manager, una lunga discussione. Quando il corridore, ultimo tra i suoi compagni, è sceso dal bus ed è salito in sella per andare al foglio firma ha cercato di prendere il giro largo ed evitare Matxin. Lui però se ne è accorto e ha allungato la mano destra per un saluto a cui il corridore ha risposto. Forzato, con faccia di compatimento.

Contro Israele
C’è tensione attorno al gruppo anche per le proteste ProPal, o meglio contro la Israel. Tensione che questa mattina ha portato l’organizzazione a prendere misure di sicurezza extra. Al bus, davanti allo stadio San Mames, il bus e le ammiraglie della squadra, sono state fatte entrare nello spazio riservato alle prime quattro in classifica. In più, alcune pattuglie della polizia basca, ben armate, hanno circondato il team. c’è anche timore che qualcosa possa succedere durante la tappa. Che la corsa venga fermata. Che i corridori rischino di farsi male. Ieri, invece, alcuni dirigenti del team sono usciti in bici nei dintorni di Bilbao scortati dalla polizia antiterrorismo ma hanno avuto lo stesso a che fare con le proteste.
Tanti chilometri
Il resto sono stati trasferimenti, chilometri in auto. E a piedi. Di buona mattina per una camminata, dicono sia salutare, lungo la ria fino al Guggenheim in compagnia di Domingo e Josè Carlos. Amnici, ma anche giornalisti di qualità, il primo per La Razon, l’altro per Abc. Un’ora di buon passo prima di tuffarsi, in un salone anonimo, su una triste colazione. Poi, con Bilbao bloccata e il consiglio di non usare l’auto con i marchi della corsa, l’unica è stata mettersi lo zaino in spalla e rimettersi in marcia. Un’altra ora di strada di andata, un’altra ora di ritorno. In mezzo, su iniziativa di Ramontxu, che tra l’altro “vive” per l’Athletic, la foto di gruppo dentro il San Mames, La Catedral. Testate diverse (Malpensa24 l’unica italiana), spirito unico: lavorare non è per forza di cose sinonimo di soffrire. Ci si può anche divertire.

Punto sulla cena
Ora non resta che puntare sulla cena, che sia davvero da #lavueltaamimanera. Di sicuro lo sarà quella di domani. A Santander appuntamento con Manolo Saiz e un pugno di amici stretti.
