A Varese Archeofilm i volti da un altro tempo di Cittiglio e Villa Mirabello

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VARESE – Riflettori puntati sul territorio nella prima serata del festival Varese Archeofilm di ieri, mercoledì 3 settembre, in cui due dei documentari proposti hanno raccontato al pubblico della Sala Montanari l’evoluzione delle tecniche di ricostruzione facciale: mentre nel secondo Stefano Ricci Cortili ha illustrato il suo lavoro sull’ “uomo di Cittiglio”, sul palco sono poi salite Roberta Fusco, Nicol Rossetti e Arianna Vanni, ricercatrici del Dipartimento di Biotecnologie e Scienze della Vita dell’Università dell’Insubria e Roberto Taglioretti di LabDig 3A per parlare con Marco Castiglioni, conduttore dell’evento insieme a Giulia Pruneti, di quello svolto sul “bambino di Villa Mirabello”.

Gli occhi una persona da un’altra epoca storica

«Anche se è molto che faccio questo lavoro non riesco a non emozionarmi quando guardo negli occhi una persona di un altro tempo», dichiara nel filmato Ricci Cortili, ricercatore di Siena che arriva dall’illustrazione anatomica e che si serve delle Tac per la sua opera. L’“uomo di Cittiglio”, ritrovato negli scavi della chiesa di San Biagio, era un ragazzo di circa vent’anni che fu sepolto nella navata centrale, posizione che indica un ruolo importante, in seguito a una morte violenta: fu ucciso da quattro fendenti di spada alla testa in un’epoca in cui il luogo ospitava un castrum, un punto fortificato.
Come anticipato nel filmato in apertura dedicato a Mikhail Gerasimov, scienziato russo inventore del metodo di ricostruzione facciale, si tratta di un mestiere «simile a quello dello scultore»: per esempio, una volta individuati gli algoritmi per ricostruire un naso, nel processo occorre fare riferimento anche ai canoni artistici del viso umano. Nell’ambito della scuola russa di ricostruzione plastica del volto il suo allievo Sergey Nikitin ha realizzato oltre cinquecento ritratti a scopo di investigazione identificativa e circa venticinque ritratti storici, tra cui quello dell’eroe nazionale russo Ilya Muromets.

L’appello a sostenere la ricerca

Come hanno spiegato Fusco, Rossetti e Vanni, dopo il metodo ideato da Gerasimov, e il successivo “americano”, che utilizza come dati la provenienza geografica, quello “di Manchester” ora seguito ne è una sorta di sunto, con una parte artistica e una più di tipo medico-scientifico: «Sarebbe più corretto parlare di “approssimazioni facciali” – questa la precisazione – perché la vicinanza a una ricostruzione esatta è del sessanta per cento». E, nel caso della “mummia di Villa Mirabello”, corpo appartenente a un bambino di dieci-dodici anni, «c’è differenza tra chiamarlo “mummia” o “bambino”: usare il secondo fa sì che le persone lo percepiscano come un essere umano, che aveva una famiglia». A questo proposito, sul problema dell’esposizione o meno di resti di questo tipo l’approvazione c’è «se ciò viene fatto con dignità e una corretta narrazione scientifica, cioè in modo appropriato, senza spettacolarità».
Questa volta l’operazione sarà totalmente in digitale, «con software digitali open source che riducono tempi e costi». Taglioretti ha messo in luce gli aspetti tecnologici, «un metodo sovrapponibile a quello di Gerasimov: ho dedicato la mia prima creazione metaverse alla parte culturale e l’ho resa disponibile a chiunque». «È un lavoro che conduciamo a titolo gratuito, qui si vive di bandi e fondi privati»: così l’appello finale delle ricercatrici – impegnate anche con il Bioarchivio insubre a Caravate, gli scavi all’antico cimitero di Viggiù e in una cripta del Settecento a Vercelli nonché una serie di urne sotto la soprintendenza di Novara – a sostenerle attraverso Art Bonus.

Alhambra, le meraviglie e i segreti della cultura islamica

Cambio di tema per l’ultima proiezione, dedicata alle meraviglie dall’Alhambra: il complesso spagnolo, espressione della cultura islamica di otto secoli, resta ancora avvolto nel mistero per gli scarsi documenti rimasti su origini e cardini della sua arte. A fianco delle opere difensive la fortezza schiera tesori come la sala di comando del sultanato di Granada, su cui è “sospesa” una cupola di stelle a rappresentare i cieli descritti dal Corano, le oltre cento colonne del Palazzo dei Leoni, le geometrie portate all’estremo, per generare serie infinite di mosaici, fino alla prova di ingegneria per assicurare l’approvvigionamento idrico, con un sistema basato su una straordinaria rete di acquedotti e canali di sei chilometri e lo sfruttamento della forza animale per elevare l’acqua di seicento metri fino al banco di raccolta. “Ammira la mia bellezza e comprenderai il mio valore”: furono coinvolti anche poeti e scultori per realizzare diecimila iscrizioni in differenti stili di calligrafia architettonica. All’interno di Alhambra, nota anche per la grande raffinatezza delle ceramiche prodotte dagli artigiani Nasridi, si trova una delle poche eccezioni in cui nell’Islam è stata permessa la raffigurazione di esseri umani: una volta spettacolare che mostra secondo lo stile medievale, tra battaglie di cavalieri, scene di caccia e di corte, i re musulmani.

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