In una scuola primaria pubblica di Gallarate su 130 iscritti soltanto 4 sono italiani. La notizia, diffusa dal sindaco Andrea Cassani, non sorprende, caso mai preoccupa per la complessità dei problemi che pone in evidenza. L’immigrazione è un dato di fatto, col quale, piaccia o no, dobbiamo fare i conti. La società multietnica è oramai incontrovertibile, pone una serie di questioni che, in estrema sintesi, riguardano l’integrazione, cioè la coesistenza (e la salvaguardia) delle nostre identità e culture con le identità e le culture degli stranieri che vivono e lavorano in Italia e, nella fattispecie, nei nostri territori.
Primo luogo di integrazione è proprio la scuola, da lì parte tutto o gran parte del percorso di inserimento dei “nuovi cittadini”. Non tutti meritevoli della cosiddetta remigrazione, come vorrebbero alcune frange estremiste e razziste per risolvere sic et simpliciter il problema. I rimpatri sono giusti, anzi, doverosi per i clandestini, per gli immigrati che delinquono, che rifiutano di adeguarsi alle nostre leggi, che sovvertono il tessuto sociale con comportamenti inaccettabili. Per tutte queste persone non vale nessun discorso di integrazione: devono tornare da dove sono venuti. Punto. Ma per gli altri, per i tanti che invece provano ad inserirsi nelle attività professionali (medici, ingegneri, ecc.), manifatturiere e commerciali, per coloro che si adattano ai lavori più umili, i lavori che noi non vogliamo più fare; per la famiglie di immigrati che cercano appunto di entrare a far parte del nostro contesto sociale, quale atteggiamento dobbiamo prendere? Isolarli? E’ questa la soluzione: creare dei ghetti persino a scuola? La tendenza è di iscrivere i bambini italiani in istituti scolastici mirati, paritari, affrancati dalla presenza di scolari e studenti stranieri, superando i disagi (e i timori) della convivenza tra i banchi.
Comprendiamo: non si può derogare dalle nostre tradizioni, cambiare abitudini e disconoscere radici culturali e religiose per compiacere gli “ospiti”. Tocca a loro adeguarsi, non solo per l’ineludibile reciprocità dello stare assieme. Tocca a loro per primi rispettarci, senza per questo dover sovvertire il contesto in cui ora risiedono, imponendo i loro modelli di vita. D’altro canto, non si può neanche pensare che i flussi migratori possano essere fermati, si tratta di un fenomeno consolidato, come oramai tutti hanno capito. L’obiettivo è riuscire a gestirli. Questo è l’impegno che dovremmo prendere tutti, a cominciare dalle istituzioni. Non ci risulta che qualcuno di noi, perlomeno fino a prova contraria, sia disponibile ad accettare il burqua e, estendendo il concetto, l’islamizzazione della società: ci mancherebbe! Ma il dato che emerge da Gallarate la dice lunga sul futuro che ci attende che, anzi, è già cominciato un po’ dappertutto nel Paese.
Un problema in più, che ci tocca da vicino, che non si può ignorare. Soprattutto non lo possono ignorare le autorità scolastiche e amministrative. Per gli esecutivi di città e paesi una incombenza sconosciuta fino a qualche anno fa, con tutto quanto comporta a cominciare, ad esempio, dall’individuazione dei luoghi di preghiera e di aggregazione per gli immigrati, seppure non sempre rispettosi di norme e atteggiamenti responsabili. Per arrivare, tra l’altro, alla comunicazione e alla lingua, l’arabo, utilizzata dagli adulti e dai loro figli. La cui integrazione parte anche da qui, magari con corsi di alfabetizzazione riservati ai più piccoli.
Gallarate, il caso: in una scuola primaria 126 studenti su 130 sono stranieri
