A chi va di traverso il gulasch di Orbàn

governo meloni orban
Viktor Orbàn e Giorgia Meloni

di Massimo Lodi

Che l’opposizione al governo Meloni abbia le idee confuse, o più semplicemente non ne abbia, lo dimostra la fresca visita del presidente ungherese a Roma. Orbàn ne ha dette di ogni: l’Europa divisa-inconcludente-sfarinata, Zelensky pertinace a eludere la realtà non inchinandosi al Cremlino, Budapest in fermento per accordarsi con Slovacchia e Repubblica Ceca a costituire un’intesa anti-Kiev, Trump meritevole di servitù politica al netto dei suoi umori/voltafaccia, la stampa italiana spacciatrice di fake-news perché mette in bocca a lui Orbàn cose mai dette (e invece videoregistrate, catasü), infine il vicepremier Salvini felicemente alternativo alla linea ufficiale di Palazzo Chigi e dunque degno, degnissimo di stima. Ricambiata de core dal ministro dei Vagoni: nel governo ciascuno viaggia sul suo, e la capatreno se ne dia pace (a proposito di guerra).

Di fronte a tale bendidio al contrario, l’opposizione nelle sue diverse anime o sta zitta o replica così flebilmente da non farsi sentire. Eppure ce ne sarebbe da notificare, abbondandis in abbondandum, al modo in cui suggeriva il rimpianto leader Totò. Esempi: la leggerezza con cui la premier ha invitato l’icona sovranista dell’Est, il beffardo sorpasso dell’ospite su di lei nel rapporto privilegiato col Maga-tycoon, la sonora sberla tirata dal magiaro alla politica estera italiana circa il conflitto Russia-Ucraina, lo sconfortante imbarazzo dell’alleanza di centrodestra dove a Salvini è concesso d’esprimersi in uggia a Meloni-Tajani.

Insomma: l’Ungheria viene in casa dell’Italia e le impone una figuraccia urbi et orbi. Ma Pd, Cinquestelle, Verdi Sinistra e il resto del progressismo virtuoso preferiscono focalizzare l’attenzione su problemi, sì, d’indiscussa rilevanza, e però non d’imprevista gravità-shocking come questo. Va bene difendere la libera stampa, va bene difendere l’antifascismo, va bene difendere il ceto medio dall’asfittica manovra economica, va bene altro e oltre. Ma non va bene sottovalutare un simile affronto internazionale subìto qui, tra di noi, da parte d’un tizio che non nasconde sprezzo verso l’Europa e amicizia verso Putin. Soprattutto, sarebbe stato (è) da obiettare: quale senso ha il governo in cui uno dei due vicepresidenti del Consiglio, titolare di strategico dicastero e segretario del terzo partito della coalizione, si sente legittimato a correre da solo, quasi non fosse parte dell’équipe, e sul terreno a più alta pericolosità ovvero il terreno bellico?

Bastava dichiarare, per voce degli egregi Schlein, Conte, Bonelli eccetera: se Salvini non la pensa come Meloni e Tajani, lasci il sodalizio e cerchi spazio alternativo. Nell’interesse dell’Italia, giusto patria e nazione. Invece tocca alla minoranza doverselo cercare, finché seguiterà a essere né un campo largo (1) né un campo fertile (2) né un campo dove si prenda il segnale popolare (3). Mancano la misura giusta (1), l’idonea aratura (2), l’impianto adeguato d’antenne pro ricezione (3). E così, ecco servita la paradossale fregatura: un improvvido peccato di gulasch commesso dal melonismo fa piangere lo sprovvisto piatto dell’opposizione che ha le idee confuse o più semplicemente non ne ha.

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