Se non abbiamo inteso male, l’ex caserma Garibaldi di Varese è in fase di (infinita) riqualificazione con l’obiettivo di diventare il polo culturale della città. Per dirla in un altro modo, la struttura sarà un centro vitale di studio e di aggregazione, così come definito negli accordi tra Comune e Regione sottoscritti a suo tempo da Attilio Fontana e Bobo Maroni, due varesini tra i più autorevoli esponenti della Lega in veste di primo cittadino a Palazzo Estense e di presidente a Palazzo Lombardia.
Oggi è proprio la Lega a chiedere tra i primi di rivedere il progetto originario per adattarlo alle esigenze dell’Università dell’Insubria, il cui rettorato è a pochi passi dalla caserma. Sempre se non abbiamo inteso male, a sollevare il caso è stata la rettrice Maria Pierro che, in una riunione pubblica, ha espresso il legittimo desiderio di ampliare la presenza dell’ ateneo nel centro storico varesino (“Varese può diventare davvero una città universitaria”). Un’ipotesi di assoluto interesse, subito enfatizzata dalla stampa, che potrebbe essere concretizzata anche attraverso l’utilizzo di spazi del vecchio edificio militare. Ma c’è un problema: per riadattarlo ad uso e beneficio dell’Insubria bisogna cambiare il progetto originario, investendo altro denaro, parecchio denaro, procrastinando di qualche anno ancora la conclusione dei lavori, già di per sé portati alle calende greche.
Alla politica, però, non è parso vero di sfruttare l’occasione. Soltanto all’inizio del decennale confronto si era presa in considerazione l’eventualità di adibire la struttura per l’Università, subito accantonata. Di più: alle ultime amministrative fu ancora la Lega a sparigliare proponendo di ospitare nella caserma addirittura gli uffici municipali. Tutto il centrodestra è ora sceso in campo per sostenere la professoressa Pierro nella sua opinione, così da mettere in difficoltà il primo cittadino Davide Galimberti e la giunta di centrosinistra. Che hanno risposto “non si può fare”, per una ragione tecnico/strutturale, e per una seconda ragione di accordi tra enti istituzionali, compresa la stessa Università che, con un altro vertice accademico, si era dichiarata disinteressata alla Garibaldi in favore del polo di Bizzozzero. Ora il cambio di rotta, assolutamente lecito ma, per credere a Palazzo Estense, fuori tempo massimo e irrealizzabile nei suoi contenuti. La politica questo lo sa, ci mancherebbe. Ma è scontato che per dare contro agli avversari può anche negare l’evidenza. Fino al punto da smentire chi aveva messo nero su bianco la destinazione dello storico edificio, nientemeno che Maroni e Fontana.
Fa parte del gioco, soprattutto in un momento in cui la politica boccheggia in quanto a idee, sia a destra sia a sinistra, ed è alla ricerca di qualcosa di sorprendente, capace di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, cioè dell’elettorato. Soprattutto in un’epoca che sembra aver dimenticato la coerenza e le regole e, per acchiappare un voto in più, si rigirano le carte in tavola dalla sera alla mattina. Succede così anche a Varese? Succede dappertutto: avete mai sentito un piddino parlar bene di un meloniano o, viceversa, un meloniano parlar bene di un piddino? La vicenda della Caserma Garibaldi ci sembra emblematica del comportamento politico del “qui e ora”, che dimentica il passato e, spesso, è privo di una visione. L’importante è colpire, delegittimare, ferire l’avversario. Per sdrammatizzare: anche Garibaldi fu ferito. Dalla politica.
