Parlare per niente

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Le parole confondono. Soprattutto se a parlare sono i politici, chiamati per ruolo e non solo per definizione ad esprimersi, esternare, commentare, raccontare. Francesca Albanese, relatrice delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, non è una politica nel senso letterale del termine, ma le sue parole provocano spesso reazioni critiche, se non indignate. In questi giorni, dopo l’inopinato assalto dei Pro Pal alla redazione della Stampa, ha detto che questo episodio “è anche un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro, per riportare i fatti al centro del loro lavoro e, se riuscissero a permetterselo, anche un minimo di analisi e contestualizzazione”. Tradotto: la redazione devastata del prestigioso quotidiano di Torino è una lezione per i giornalisti che, a detta della signora Albanese, non riportano le verità dei fatti. Naturalmente secondo la sua personale visione, non sempre ricondotta all’oggettività. E’ un punto di vista che, nel marasma dialettico e informativo della quotidianità, segnata da tutto ciò che conosciamo e ci piove addosso, finisce per confonderci, quasi a giustificare un atto inaccettabile da qualunque parte lo si prenda.

La dichiarazione di Francesca Albanese lascia perplessi e un po’ inquieta. Allo stesso tempo, ma su un altro versante, stupisce ciò che sostiene Matteo Salvini a proposito delle trattative di pace per la guerra in Ucraina. Cosa dice il leader della Lega nonché ministro dei Trasporti? Ecco: “Lasciamo che discutano Trump, Zelensky e Putin, senza invasioni di campo di Parigi, di Bruxelles o di Berlino”. Per dirla in chiaro: l’Unione Europea non si intrometta. Ma come, l’Europa ha la guerra in casa ma non deve occuparsene? Non si era sempre detto il contrario? Adesso deve rimanere a guardare, meglio ad assecondare, ciò che pensa, vuole e decide il presidente americano a cui Salvini demanda l’incombenza delle trattative?

Si fa fatica a comprendere, appunto, sono parole che confondono. Per arrivare all’apice del “fateci capire”: la promozione del ponte sullo Stretto del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il quale sostiene che la prevista, discussa e discutibile struttura, abbia una funzione militare “nel caso di attacco da Sud all’Italia – sono sue parole – sarebbe più facile evacuare i siciliani”. Ficarra e Picone i due straordinari comici, sintetizzano la tesi del ministro: “Tajani? L’avevamo detto prima noi che il ponte fa evacuare”. Si ride, ma forse ci sarebbe da piangere. Non dimentichiamo che proprio Salvini sostenne che l’infrastruttura che unirà Sicilia e Calabria era da considerarsi “opera strategica militare”, così da inserirla nei piani di spesa militare della Nato e baypassare alcune procedure. Proposta rispedita subito al mittente.

Insomma, a questa lettura del problema, Tajani non è andato del tutto fuori misura. E’ però evidente che il merito del progetto così come concepito è un altro, e certe corbellerie, soprattutto se espresse da un rappresentante di prima fila delle istituzioni, finiscono per trasformarsi in una fumisteria. Una delle tante che caratterizzano il mondo della politica nazionalpopolare, alle quali non dovremmo dare seguito sui giornali e nelle Tv proprio per evitare il caos delle parole. Ma non si può, evidentemente: i giornalisti devono fare il loro mestiere, e non certo per come lo considera Francesca Albanese. Sono i politici che non dovrebbero più sproloquiare e, peggio, parlare per niente.

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