BUSTO ARSIZIO – «Sono tempi difficili, gli artisti vanno protetti». È il monito lanciato da Paolo Rossi, che sabato 17 gennaio porterà in scena a Busto Arsizio “Operaccia satirica”: alle 21 sarà sul palco del Teatro Sociale insieme a Caterina Gabanella e con le musiche dal vivo di Emanuele Dell’Aquila e Alex Orciari. Uno spettacolo, hanno ricordato gli attori, che vuole essere anche una forma di terapia.
Dalla psicologa: diagnosi e terapia
«Abbiamo già recitato insieme in vari spettacoli – ha raccontato Gabanella, che canterà anche una canzone – e in questo avrò il ruolo di psicologa, nel senso che porterò avanti il tutto come se fosse una vera e propria diagnosi. Paolo si libererà, parlerà, racconterà aneddoti per libere associazioni; io traccerò una via affinché tutto ciò abbia un senso».
Per l’attrice e sceneggiatrice sarà la prima volta sul palco a Busto: «Abbiamo già diverse date alle spalle di “Operaccia satirica”, spettacolo che ha degli appuntamenti fissi ma anche un forte margine di improvvisazione: Paolo procede in maniera abbastanza libera. Sta crescendo, siccome è improvvisato muta nel tempo e ha visto numerose repliche. Il suo scopo è portare conforto nei tempi difficili che stiamo vivendo».
«È un anno e mezzo che stiamo girando in tondo, in lungo e in largo per l’Italia – ha spiegato Rossi – con “Operaccia satirica”, che ha una dose di improvvisazione a volte alta, a volte media, dipende dal rapporto che si riesce a creare con il pubblico. Ci sono dei punti fissi, un canovaccio, ma è come una partitura jazz. Dipende da quanto divertimento riesce a generare questa forma di teatroterapia più aperta, che è il meglio per rompere la quarta parete. E far sì che la terapia operi tanto per chi sta sul palco quanto per chi sta in platea».
«L’artista è l’ultimo del carrozzone»
“Un comico in terapia – riporta la presentazione dell’evento – confessa i suoi lati oscuri e onora il ricordo romanzato e l’eredità dei suoi maestri” ma, ha rivelato Rossi, «le schede sono tra gli aspetti più ridicoli che ho incontrato da quando pratico questo mestiere. Vengono scritte durante le prove ma “Operaccia satirica” cambia già in quel momento, e durante le repliche, a tal punto che non si possono più chiamare tali.
A volte onoro sì i maestri, altre, senza essere irriverente, svelo dei segreti dietro le quinte che ho avuto modo di conoscere proprio lavorando a bottega con loro. Ho appena fatto una serata a Milano, al Teatro degli Arcimboldi, che ha raccolto tremila persone: era un omaggio a Enzo Jannacci, uno di questi maestri. Lo spirito è sempre nel senso di rendere loro onore, ma anche di lasciarli andare. Perché c’è bisogno di qualcuno che non solo preghi davanti a loro, ma vada anche a fare qualcosa dove i monumenti non ci sono».
Come ha aggiunto il regista e drammaturgo, «questi sono tempi difficili, l’artista è l’ultimo del carrozzone. Prima vengono gli organizzatori, gli impiegati, i politici, quelli che arrivano a ricoprire cariche grazie a buone relazioni. Non è una novità; adesso però si sta esagerando. Vanno protetti tutti gli artisti, tutti coloro che hanno uno sguardo sulla realtà, sul passato recente, e sul futuro imminente. Questo è un periodo che è in mano a figure che, riguardo al teatro popolare, il mio settore, hanno poco a che fare con l’arte».




Il Leoncavallo e le le elezioni europee del 2024
Quanto all’impegno di Rossi per il centro sociale milanese Leoncavallo, sgomberato pochi mesi fa, «di questi fatti parlo in maniera indiretta, così come si fa in teatro, durante i miei spettacoli, anche senza rincorrere la cronaca. Credo che rincorrere la cronaca politica sia un grosso errore per chi lavora nella satira. È stata già fatta nell’antichità, come nel caso di Orazio e i suoi colleghi; sapevano bene che a volte la cronaca è mediata, non è quella che raccontava il problema a monte. Non ho commenti da fare in merito. Io sono andato: il comico è come una scimmia, la scimmia pensa, la scimmia fa».
Il tema è uno spunto per ricordare lo spettacolo fatto a sostegno all’ex Derby, «gestito dal Cantiere, un centro sociale. Hanno protetto questo luogo di cultura popolare, che aveva anche un archivio. Quindi, intelligentemente, hanno intrapreso un’azione per cui, pur essendoci la minaccia di uno sgombero, non è stato però eseguito. Hanno difeso la cultura: per fortuna c’è una legge a protezione di un archivio, o di un luogo storico. Lo era il Derby: è stato il tempio del cabaret, e sede della scuola milanese di teatro popolare. Lo era e lo è. Quindi ho portato in scena quello spettacolo, raccontandone la storia di quando imparavo a recitare».
In occasione delle elezioni europee del 2024 c’era il nome di Paolo Rossi nella lista Pace Terra Dignità: «Sono un extraparlamentare, ho scelto quella candidatura perché magari altri partiti si muovessero per mettere persone più portate al discorso. Non avevo nessuna intenzione, sono stato già candidato un’altra volta in passato. Ma penso di essere stato l’unico caso in Italia, essendo un artista, che quel giorno non è andato a votarsi. Mi ero candidato e non sono andato a votarmi perché non mi fidavo di me in quel periodo».


«Attraversare il mistero della risata»
Per Rossi non può esistere un modo scientifico di approcciarsi alla comicità «e anche se esistesse, il vero comico deve considerare la comicità, la risata, un mistero. E rispettarlo. Non si può ridurre a metodi scientifici. Sennò si dà ragione anche agli algoritmi. Sono assolutamente contrario ad affrontare scientificamente il mistero della risata: “Operaccia satirica”, basato sull’improvvisazione per libera associazione e sull’inconscio, parla anche di quello. Lo fai da tanto tempo e ti rendi conto che, quando arriva il momento in cui rendi matematica la comicità, puoi solo scrivere un saggio, non puoi fare uno spettacolo comico.
Chi va sul palco deve invece attraversare il mistero della risata, e imparare con il tempo come abitarci bene dentro. Sul riso, sulla risata, sulla comicità sono stati scritti tanti saggi, ma non c’è niente di più noioso del trattato sull’umorismo di Pirandello. Per cui la cosa non mi tenta, né mi incuriosisce. Dal momento che questo spettacolo è figlio di Pirandello, lo dico perché l’abbiamo provato in tournée, quando facevamo “Questa sera si recita a soggetto”».
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