Non si può passare oltre sul “caso Vannacci”, benché siano giorni, più facilmente settimane, che gira l’ipotesi del suo strappo dalla Lega. I segnali si sono reiterati con dovizia di particolari, fino al lancio del simbolo di “Futuro nazionale”, il nuovo partito del generale che, manco a dirlo, sarà ora un problema in più per Matteo Salvini e la sua truppa. Problema in termini di voti rosicchiati alla compagine che aveva accolto Roberto Vannacci, che l’aveva fatto eleggere a Bruxelles in cambio di un bottino personale alle Europee di 530mila preferenze, pari a un 2 per cento da sommare alla conta finale delle urne per i leghisti; problema per l’immagine stessa dei salviniani, pronti a imbarcare un personaggio scomodo fin dall’inizio pur di acquisire consenso ma senza valutare il disagio che avrebbe potuto creare un politico che a ogni piè sospinto inneggia alla X Mas.
Insomma, uno che guarda al ventennio con benevolenza e, da lì, trae l’ispirazione per la sua azione politica. Salvini, in vena di generosità partitica, l’ha addirittura nominato vicesegretario, di sicuro attratto dai successi elettorali di certe destre estreme in Paesi esteri. Di fatto, l’amore tra Vannacci e la Lega non è mai sbocciato davvero. Come dimenticare il “non ci faremo vannaccizzare” di Attilio Fontana, governatore lombardo, che al pari di Zaia, Fedriga, Romeo e altri colonnelli leghisti, non ha mai accolto con favore “il mondo al contrario” raccontato dal generale nel suo famoso libro.
E’ stato un matrimonio da separati in casa durato poco più di un anno e mezzo per arrivare poi al divorzio. Consensuale? La risposta non è una discriminante. Il divorzio è comunque l’unica soluzione per tenere salda la Lega o quel che ne rimane, a fronte dei malumori creati dalla ingombrante presenza di un personaggio poco avvezzo al politicamente corretto. Questo, nonostante la stessa Lega non sia mai stata paladina del rispetto delle regole, però con alcuni valori intangibili. Non a caso il suo fondatore, Umberto Bossi, non ha mai apprezzato il fascismo. Eppure, all’inizio della liason, molti leghisti di primo piano si erano fatti intortare da Vannacci, presenziando ai suoi raduni e alle cene conviviali organizzate dai team del generale anche in provincia di Varese. Una folgorazione in scia alle suggestioni della remigrazione, delle posizoni anti islamiche, del pugno di ferro, della linea intransigente contro il sistema introdotta con l’arrivo dell’ex appartenente alla Folgore.
Tutti delusi? Mah, più facilmente scornati, come coloro i quali sono accorsi, spinti da chissà quale velleità, a formare gruppi d’opinione e di presenza politica in suo nome. Già sciolti, più velocemente della neve al sole. “Non poteva che finire così” commenta chi, invece, ha sempre considerato Vannacci un corpo estraneo, nonostante Salvini l’abbia imbarcato a sostegno della linea nazionalista e, appunto, rivolta a destra, più a destra persino di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia, nel tentativo di acquisire consensi. E adesso? I vertici leghisti mininimizzano, ognuno andrà per la propria strada: gettare acqua sul fuoco è indispensabile per provare a limitare i danni. La ferita però rimarrà, la base è in ebollizione: serve una svolta identitaria, chiara e ineludibile. Prima che sia troppo tardi.
Ascesa e caduta di Vannacci in provincia di Varese: dall’amore al fuggi fuggi
