L’Iran punta sulla crisi energetica dell’Occidente

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La chiusura dello Stretto di Hormuz spaventa l'economia mondiale

di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani l’intervento americano contro l’Iran evoca i fantasmi di un passato recente e lontano e in particolare le “guerre senza fine” in Iraq e in Afghanistanaspramente criticate dallo stesso Trump nelle campagne elettorali che per ben due volte lo hanno portato alla Casa Bianca. Mentre gli obiettivi degli USA e di Israele non appaiono del tutto evidenti, a parte la volontà di abbattere il regime teocratico, la strategia adottata dall’Iran assume contorni sempre più chiari che possono essere riassunti in tre elementi: assorbire l’impatto dell’offensiva, riorganizzando i vertici e gestendo la successione di Khamenei; passare ad una guerra d’attrito, combattuta cioè nel lungo periodo; internazionalizzare la crisi dal punto di vista sia militare che geoeconomico, gettando la regione nel caos e rendendo l’escalation difficilmente sostenibile per Washington sotto il profilo politico e diplomatico ed enormemente costosa.

Infatti a pochi giorni dall’inizio del conflitto le sue ricadute si sono già estese a tutta la regione del Golfo. Mentre durante la “guerra dei 12 giorni” l’Iran aveva utilizzato missili e droni per colpire prevalentemente Israele e solo nella fase finale del conflitto aveva attaccato Al Udeid in Qatar, la più grande base americana della regione, in questa situazione la strategia iraniana ha assunto una logica di “saturazione regionale”. Poiché gli USA ed Israele hanno colpito duramente sia l’aviazione che la marina iraniana, l’Iran ha messo in atto un’aggressione molto efficace con i droni.

Infatti l’Iran dispone di un arsenale che non si limita ai missili balistici (relativamente pochi, tra 1.500 e 2.000, di cui circa 450 già lanciati da inizio conflitto) ma è composto soprattutto da droni (le stime variano molto, da 30.000 fino ad addirittura 80.000). Annoto che il costo unitario di questi droni, tra 20.000 e 50.000 dollari ciascuno, è fino a 250 volte inferiore rispetto a quello dei missili utilizzati per intercettarli, che può variare da 1 a 5 milioni di dollari. I droni sono meno vulnerabili agli attacchi aerei americani e israeliani: mentre i missili richiedono rampe fisse e strutture di lancio dedicate, i droni possono essere lanciati da piattaforme mobili, strutture improvvisate come capannoni, camion o postazioni civili opportunamente modificate, quindi difficili da indentificare. Ciò consente a Teheran di operare anche in condizioni di estrema inferiorità aerea e di continuare a minacciare importanti aggressioni contro un numero imprecisato obiettivi nella regione.

Credo ragionevolmente che l’intenzione sia quella di alzare i costi del conflitto non solo per i paesi della regione, in particolare per quelli che si affacciano sul Golfo, ma anche per tutti i paesi del mondo che dipendono da importazioni di petrolio e gas naturale. Per valutare i danni che questa strategia intende provocare consideriamo che il traffico aereo dell’area è già in tilt. I principali aeroporti degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar e del Bahrain hanno dovuto cancellare tra il 70% e il 95% dei voli in partenza, alcuni hanno chiuso lo scalo e le attività. Le linee aeree internazionali con destinazioni in Asia sono in grande affanno non potendo usufruire degli scali intermedi in Medioriente. I costi di questo stop sono evidentemente molto rilevanti.

La chiusura di fatto dello stretto di Hormuz ha strangolato il passaggio non solo delle petroliere ma anche dei carghi portatori di gas liquido. Per questo i costi dell’energia sono inevitabilmente destinati a crescere. Ovviamente era più che prevedibile che l’attacco di USA e Israele contro l’Iran avrebbe anche scatenato le reazioni dei mercati energetici globali. Il successo di Teheran nel costringere le navi commerciali a rallentare o interrompere i loro attraversamenti dello stretto di Hormuz, passaggio cruciale per circa un quinto della domanda di petrolio mondiale, ha gettato le basi per uno scenario piuttosto allarmante: una crisi energetica simile a quella del 1973. Come allora, i paesi che più dipendono dalle importazioni di petrolio e gas devono pagare un prezzo assai pesante. L’interruzione dei passaggi dallo stretto di Hormuz penalizza anche i paesi asiatici, soprattutto Cina e India, il cui consumo di petrolio è significativamente cresciuto rispetto agli anni Settanta. Infatti mentre i consumi occidentali sono in leggera diminuzione, quelli di Cina e India manifestano oggi un fortissimo aumento, fino a 22 milioni di barili al giorno.

Nell’eventualità di un blocco duraturo dello stretto di Hormuz, Cina e India sarebbero le prime ad accusare il problema dal momento che circa il 50% del loro petrolio proviene dai paesi del Golfo con danni non ancora prevedibili sulle loro economie. Anche la Corea del Sud e il Giappone si troverebbero a pagare un prezzo molto alto se si protraesse lo stop nello stretto di Hormuz poiché sono tra le destinazioni principali del petrolio mediorientale. I rischi per gli USA ed i paesi Europei sembrerebbero invece più limitati. Infatti solo poco meno del 4% del petrolio che passa da Hormuz è diretto in Europa e solo il 2,5% del petrolio che passa dallo stretto è destinato al mercato statunitense.

Dallo stretto di Hormuz passano anche i trasporti di gas naturale liquefatto (GNL). Da pochi giorni il Qatar, il paese che da solo rappresenta il 20% delle forniture globali, ha deciso di sospendere la produzione di GNL. Questo colpisce direttamente i paesi europei ed anche l’Italia dal momento che oltre un decimo dei propri consumi di gas, quasi il triplo rispetto alla media europea, dipendono dalle importazioni dal Qatar. La crisi sta già avendo ripercussioni salate per gli europei: il prezzo all’ingrosso del gas naturale in Europa è quasi raddoppiato nel giro di pochi giorni.

Cari amici vicini e lontani, man mano che passano i giorni la pressione interna americana e quella internazionale potrebbero aumentare per le conseguenze economiche della guerra, spingendo Russia, India, Cina e magari anche l’Europa ad attivarsi per fermare l’escalation. E Teheran, con tutta evidenza, scommette proprio su questo.

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