Se crediamo ai sondaggi in vista del referendum sulla giustizia di domenica 22 e lunedì 23 marzo dovremmo aspettarci una partecipazione al voto largamente al di sotto del cinquanta per cento degli aventi diritto. Se così fosse non c’è da sorprendersi: il quesito a cui devono rispondere i cittadini è di natura tecnica, benché abbia assunto significati fortemente politici, fino a diventare una sorta di verifica pro o contro il governo Meloni che ha proposto la riforma costituzionale. Aspetti noti, dibattuti, fonte dello scontro in atto tra i due principali schieramenti nazionali.
Aspra contrapposizione che occupa gli spazi televisivi e giornalistici quasi, se non più, del terribile conflitto mediorientale, con tutte le conseguenze, non solo economiche, che ne derivano anche per il nostro Paese. Per dirla in un altro modo, la campagna referendaria, oramai entrata nel vivo con tutti i suoi eccessi, non pare abbia la massima attenzione da parte degli italiani. Il motivo? Tra i più plausibili ce n’è uno che potrebbe essere determinante: qualunque sia l’esito del voto, poco o nulla cambierà rispetto alla quotidianità di noi cittadini. La riforma riguarda le carriere dei magistrati, non le procedure e il merito di un settore penalizzato da ben altri problemi. A maggior ragione rispetto alla disaffezione, anzi, alla sfiducia della gente nei confronti della classe politica, che si accapiglia su questioni che non appartengono al comune sentire, quando invece ce ne sarebbero ben altre di prioritarie.
Certo, la guerra, le guerre. E i loro effetti sui bilanci delle famiglie, sull’aumento del costo della vita, sulle speculazioni che arricchiscono i pochi a danno della collettività. Il quadro di riferimento ci riporta al carrello della spesa, alla benzina, ai ritocchi all’insù di prodotti di uso comune, all’impossibilità di accedere per “eccesso dei rialzi” a beni anche di prima necessità; per contro gli stipendi sono rimasti fermi, inchiodati nel loro diminuito potere d’acquisto. Una situazione fin troppo nota. La premier Giorgia Meloni ne ha parlato nei suoi interventi alle Camere, mercoledì 11 marzo, affermando fra l’altro che il governo “sta dedicando la massima attenzione alle ricadute economiche di questa crisi internazionale. Abbiamo predisposto tutti gli strumenti di monitoraggio sull’andamento dei prezzi e il contrasto a eventuali fenomeni speculativi (…). In particolare, sui carburanti, stiamo valutando anche di attivare il meccanismo delle cosiddette ‘accise mobili’”.
Insomma, interventi concreti, perlomeno nelle intenzioni. Perché sinora abbiano ascoltato prese di posizioni anche indignate su fatti di cronaca importanti, ma non di interesse generale. Commenti, giudizi, critiche, suggerimenti, sentenze sui più disparati argomenti (famiglia nel bosco, tram che deragliano, poliziotti infedeli), fughe calcolate da temi ben più importanti, di carattere e incidenza generale e di sostanza. Ma le circostanze riportano alla realtà vera. Che per la sciura Maria o il sciur Mario, colpa o no degli eventi bellici in giro per il mondo, non è quella della separazione tra la magistratura giudicante e quella requirente, ma riguarda le bollette da pagare, il pieno dell’auto inavvicinabile, il frigorifero da riempire e il portafoglio sempre più vuoto. Perché mai dovrebbero andare a votare tra poco più di dieci giorni?
guerre referendum rincari – MALPENSA24
