Al voto, al voto: Sì o No? Gli effetti politici

referendum voto politica
Giorgia Meloni e Elly Schlein

Referendum costituzionale sulla Giustizia, ci siamo. Finisce una campagna referendaria senza esclusione di colpi, tesa, sguaiata, rancorosa, e finalmente si vota. Il quesito sottoposto al giudizio dei cittadini sulla scheda che viene consegnata ai seggi è il solito bizantinismo intellegibile soltanto a chi mastica la materia, poco o nulla alla stragrande maggioranza della popolazione, alla quale sono però arrivati i pressanti e interessati solleciti della politica attorno alla riforma.

La scelta, come oramai è noto fino allo sfinimento, è tra il Sì e il No. In gioco c’è la separazione delle carriere delle toghe, il sorteggio per il consiglio superiore della magistratura, che si sdoppia, uno per la parte requirente, quella dei pubblici ministeri, l’altro per la parte giudicante; infine, è prevista la creazione di un’Alta corte disciplinare che si occuperà di procedimenti ed eventuali sanzioni al posto del Csm. Tutto chiaro? Detta così è persino banale, ma la questione è molto più complessa di come appare nella sua semplificazione giornalistica.

Sono mesi che si discute, anzi, si litiga sugli effetti del referendum, ponendo tra gli obiettivi l’indipendenza della stessa magistratura che sarebbe sottoposta, a parere dei sostenitore del No, ai condizionamenti della politica. Tesi contestatissima dall’altra sponda dei contendenti, quella del Sì, dove si sostiene, ad esempio, che il sorteggio per i due Csm affranchi le toghe dall’influenza nefasta delle correnti. Con conseguenze positive sull’intera giurisdizione.

Il referendum confermativo di domenica 22 e lunedì 23 marzo non prevede il quorum: vince chi ottiene anche un solo voto in più. Ed è appunto per conseguire il “voto in più” che si è sviluppato lo scontro di questi mesi. E’ evidente che la vicenda referendaria sia andata ben al di là del merito, abbattendo il confine tecnico per dilagare nel terreno della politica. Centrodestra e centrosinistra rischiano parte della loro credibilità e del loro futuro in caso vincesse il Sì per lo schieramento governativo, o prevalesse il No per il fronte delle opposizioni.

Vero, come afferma Giorgia Meloni, che “non si vota su di me ma sulla giustizia”, e che il governo non cadrà in caso di vittoria del No. Uno sbocco sul quale è d’accordo la leader del Pd, Elly Schlein: “Non chiederemo le dimissioni dell’esecutivo: il nostro obiettivo è batterlo alle elezioni politiche tra un anno”. Dichiarazioni che non dicono fino in fondo la verità: che, cioè, il referendum ha anche e soprattutto un peso politico, che non esclude affatto conseguenze all’esito della consultazione.

Una vittoria del Si rilancerebbe l’azione governativa di Giorgia Meloni e dei suoi alleati che, a quel punto, rafforzerebbero la loro alleanza. La vittoria del No funzionerebbe come carburante per il centrosinistra, seppure qualcuno dei suoi rappresentanti, vedi nel Pd, si siano schierati per il Sì. Scontato però che, a quel punto, il campo largo anti-Meloni prenderebbe maggiore consistenza.

Da considera inoltre che per il centrodestra, la riforma della giustizia è l’unica che va a referendum in questa legislatura, che ha (aveva) pure in agenda premierato a autonomia differenziata. Da valutare infine la partecipazione popolare al voto. L’appuntamento referendario arriva in uno scenario dominato dalle conseguenze della guerra in Medioriente, con la fiammata dei prezzi e le nuove difficoltà quotidiane per i cittadini. Maldisposti a prendere in esame una riforma che non li tocca da vicino, che sembra rappresentare più una questione di principio per i partiti che non una effettiva necessità. Ma questo è un altro discorso, più importante e decisivo nelle aspettative della collettività rispetto a ciò che si prospetta con la separazione delle carriere dei magistati.

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