di Massimo Lodi
Testardamente uniti, insiste Schlein. Bene: cosa vuol dire in pratica? Conte alza la palla, un minuto dopo il successo referendario, buttandola nel campo largo: primarie! E primarie allargate: votino gl’iscritti dei partiti e i non iscritti. Chiunque passi da un gazebo. Il metodo che guadagnò la segreteria Pd a Elly, e che ora Giuseppi vuol confezionare sulle sue misure.
A sinistra è cominciato il possibile dopo destra. Ci sperano, nella rivincita del ’27, sempre che il cimento non sia prima. E siccome prima potrebbe essere -se Giorgia sospetta danni causa logoramento, e chiude anzitempo la legislatura- allora bisogna prepararsi in fretta. Meglio: da subito. La segretaria Dem offre disponibilità al confronto: mossa d’obbligata tattica. Strategia semplice vorrebbe che il candidato a Chigi fosse il capo del partito di maggior favore popolare: zero sfide tra complici che si fan rivali prima di ridiventare soci. Un machiavello insensato, sostengono molti, tra i quali la sindaca di Genova Silvia Salis, che i centristi/riformisti vorrebbero schierare tra i competitor nella sfida di coalizione. Ma Schlein aderirà all’invito di Conte: è la prima volta che lui lo avanza, sarebbe azzardato opporglisi. Che fare, dopo? Dunque: o decolla un’imprevista trattativa tra capibastone che porti a designare il prescelto/la prescelta o si va dritti alla disputa. Accompagnata dalle trappole del caso, potenzialmente destabilizzanti nell‘alleanza, già tenuta insieme con lo scotch in merito a difesa e politica estera, per esempio. Ma divisa anche su altro: l’universo dell’economia, giusto un ulteriore argomento-top, che si offre a molteplici accostamenti, interpretazioni, ricette d’intervento eccetera. Lì va recuperato un gap d’affidabilità, come dimostra l’eterno sospetto nordista/produttivo.
E dunque. Ok 1, esultare dopo la remuntada sul tema giustizia. Ok 2, sterzare sul tema reunion. Che sia un’intesa vera, un patto credibile, un’alternativa percepita dai milioni di votanti al referendum che non sono né conservatori-sovranisti né innovatori-progressisti. Sono -specialmente i giovani- italiani nuovi e meno nuovi in cerca di un’Italia nuova e assolutamente nuova. È il vecchio, il sorpassato, l’ammuffito da mettere in archivio hic et nunc et semper. Se no, rispunta il sì. Il sì a una politica autoreferenziale, di chiusura, sorda alle istanze dell’intero perimetro sociale, ostile al ricambio autentico.
Non basta, come van dicendo gli antimeloniani, che l’opposizione sia pronta ad assumersi le sue responsabilità. Ci mancherebbe. Dev’esser pronta a superare l’impasse di fondo che non le ha impedito vittorie amministrative, tenuta europea e ora l’uppercut che ha steso Nordio&company. Ma che le impedirebbe, qualora non superata, di presentarsi al Paese -desiderando guidarlo- con propositi di facile comprensione/condivisione e un interprete di carisma consacrato. Consacrato dai suoi fedeli, tutti i suoi fedeli, prima di venir sottoposto all’esame dei cittadini. Vasto programma, sarcasticherebbe un De Gaulle. Ma no (ma No, stiamo sull’attualità): valido programma, se innervato da poche, chiare, realistiche idee. Messe in comune una volta per sempre, non rimesse in discussione ogni volta e avanti così, sempre la stessa storia. È l’ora dell’armonia, e dell’armocromia preferibilmente.
