Il senso dell’adozione oltre la Grazia

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La recente decisione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di concedere la grazia a Nicole Minetti, motivata da quelli che sono stati definiti “straordinari profili umanitari” legati all’accudimento di un figlio adottivo con gravi patologie, impone una riflessione che scavalca il merito giudiziario della vicenda. Pur non volendo entrare nel labirinto delle intenzioni dietro la scelta di adottare, è necessario interrogarsi sul messaggio culturale che scaturisce dal Colle più alto. Definire l’adozione un atto umanitario o una missione di pietas non è solo un errore terminologico, è un atto politico e sociale che rischia di cristallizzare la genitorialità adottiva in un limbo di serie b, dove il sentimento viene sostituito dal dovere morale o dalla compassione.

Adottare un figlio non è un’opera di bene, non è un salvataggio, non è una medaglia da esporre nella bacheca delle buone azioni, né un risarcimento per una presunta sfortuna biologica. È una diversa modalità di essere genitori, un sentiero parallelo che richiede una capacità d’amore vastissima, nasce dalla consapevole rinuncia a determinati ed emozionanti momenti ed esperienze per abbracciare un figlio nato in un altrove sconosciuto, che si lega ad un riconoscimento dell’altro e delle sue differenze come arricchimento (che dovrebbe essere la base di ogni tipo di relazione), capace di andare oltre quella necessità di rivedersi fisicamente nei propri figli, che sì, non è per tutti. Eppure, se persino la massima carica dello Stato utilizza la chiave dell’umanità per giustificare un provvedimento di clemenza, si finisce per avallare l’idea che il figlio adottivo sia un oggetto di cura, un impegno sociale, anziché un individuo che entra a far parte di un legame vitale, quotidiano e sacro quanto quello naturale.

Nel nostro Paese, i criteri per accedere all’adozione sono giustamente rigorosi, includendo valutazioni psicologiche, sociali ed economiche che non lasciano spazio all’improvvisazione. Anche la fedina penale ha il suo peso: pur non esistendo un divieto assoluto per ogni tipo di reato, la condotta morale dei richiedenti è oggetto di un esame minuzioso volto a garantire il superiore interesse del minore. In questo contesto, stride la narrazione di una genitorialità vista come missione umanitaria, perché svilisce la fatica di chi percorre anni di attese e colloqui per essere riconosciuto idoneo a un compito che è, prima di tutto, un atto di accoglienza esistenziale.

Oggi la genitorialità adottiva lotta ancora contro lo spettro del legame di sangue, considerato intrinsecamente superiore dalla società e, talvolta, persino dalla legge. Viviamo il paradosso di bambini cresciuti in famiglie amorevoli che rischiano di diventare oggetto di contesa da parte di chi li ha messi al mondo e, dopo anni di assenza, rivendica un diritto biologico su un legame che non ha mai nutrito col sudore e con la presenza. È il trionfo della carne sullo spirito, della biologia sulla storia vissuta. I figli adottivi vengono spesso trattati come “figli di tutti”, esposti alla curiosità indiscreta di un contesto familiare o sociale che non ne rispetta i confini emotivi, ignorando la delicatezza del momento in cui quell’amore, faticosamente, sboccia.

Mettere l’adozione su un piedistallo, celebrandola con frasi fatte del tipo “che cosa grandiosa avete fatto”, è l’altro lato della medaglia di un pregiudizio strisciante. Sotto l’ammirazione di facciata si nasconde l’idea che l’adozione sia un ripiego, un meno peggio accettato per sfortuna. È necessario invece sollevare il velo su questa visione distorta. L’adozione toglie la somiglianza fisica ma aggiunge la profondità di una scelta consapevole e totale.

Se lo Stato per primo non riconosce la piena e autonoma dignità di questo legame, svincolandolo dalla retorica della compassione o del merito umanitario, continueremo a percepire la famiglia adottiva come un’eccezione morale anziché come una delle più alte espressioni d’amore dell’essere umano.

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