Il vetro e i segreti del sottosuolo, l’antica Roma protagonista a Varese Archeofilm

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VARESE – Le conoscenze avanzate nella lavorazione del vetro e le continue sorprese che emergono dal sottosuolo della capitale nel corso dei complessi lavori per realizzare la nuova linea C della metropolitana sono i motivi per cui ieri, venerdì 11 settembre, il terzo appuntamento di Varese Archeofilm, condotto da Marco Castiglioni e Giulia Pruneti, è stata interamente dedicata all’antica Roma.
Ospiti della serata alla Sala Montanari, che visto tra il pubblico l’assessore alla Cultura Enzo Laforgia, sono state Giovanna Marina Uboldi, presidente del comitato nazionale italiano di Aihv (Association Internationale pour l’Histoire du Verre) che ha approfondito gli aspetti storici presentati dal primo documantario e Barbara Cermesoni, conservatrice dei Musei Civici della città che ha aggiornato sulle novità in arrivo.

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Simboli di prestigio e oggetti di uso comune

Un relitto nel mare della Corsica, circondato da innumerevoli frammenti di vetro grezzo è il punto di partenza, nel documentario “Vitrum” per cercare di ricostruire le rotte lungo le quali questo materiale veniva trasportato attraverso il Mediterraneo.
La sua composizione – spiega Ian Freestone – aveva origine dalla fusione di sabbia, natron e conchiglie che, con il loro apporto di calcio, assicuravano stabilità. Il luogo di provenienza era da individuarsi tra Egitto, Palestina, Libano e Siria, luoghi dove queste risorse abbondavano, con la fornace più antica con questa funzione scoperta in Israele.
Dalle coste orientali del Mare Nostrum è dunque partita l’imbarcazione, con probabile destinazione la foce del Rodano dove il carico sarebbe poi stato distribuito su zattere per essere portato e commerciato ancora più a nord. Non prima, però, di avere fatto scalo nel porto di Puteoli, l’attuale Pozzuoli, e punto dove erano presenti molti laboratori: l’ultima tappa della nave prima del naufragio.

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Nell’antichità, già verso l’apice dell’espansione romana, le conoscenze riguardo al vetro, simbolo di prestigio, erano molto avanzate, e furono ulteriormente sviluppate una volta scoperta la possibilità di modellarlo soffiandolo; a testimoniarlo un oggetto come la Coppa di Licurgo, diatreta in grado di cambiare colore a seconda della luce. Il vetro poteva assumere anche le forme di uso più comune di anforischi, bottiglie e boccacci rettangolari. Ma soprattutto di lastre, nell’invenzione che cambiò per sempre la storia dell’architettura con la comparsa delle prime finestre negli edifici.

Il “vitrum” a Varese e a Como

«L’Association Internationale pour l’Histoire du Verre – così Uboldi – è nata cinquant’anni fa in Belgio, per questo il suo acronimo arriva da parole francesi, e si è poi ramificata in altri Paesi come Regno Unito, Grecia, Francia e Italia, coinvolgendo non solo l’architettura ma anche altre discipline come l’archeologia e l’archeometria.
Come visto in “Vitrum”, nell’epoca classica l’area palestinese-siriaca era quella dove si concentrava maggiormente la lavorazione del vetro, un bene spesso legato alla corte imperiale». Un materiale che è stato ritrovato anche in forma di frammenti o resti di bottiglie sul Monte Barro, «in un sito dove ora sono in corso gli scavi e consiste in un insediamento dei Goti: in grado, quindi, di fornire preziose informazioni sul periodo dopo la fine dell’impero romano e precedente all’arrivo dei Longobardi».
«La funzione della Coppa Cagnola, diatreta custodita a Villa Mirabello, potrebbe essere stata quella di lampada o anche augurale, per brindare. È uscita poche volte dalla città; la prossima sarà presto, per andare ad Aquileia», ha fatto sapere Cermesoni. L’archeologa ha quindi fornito un resoconto sulla sua attività, che ora si concentra sull’Isolino Virginia e sulle innovazioni in arrivo per migliorare l’accessibilità ai musei di Varese.

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Una sorpresa a ogni stazione

La realizzazione della nuova linea C della metropolitana, che attraversa il cuore del centro storico di Roma, ha richiesto che venisse formato un team di ingegneri e archeologi allo scopo non solo di seguire gli aspetti concreti dei lavori ma anche di arrivare alla messa a punto, alla fronte del particolare tipo di area oggetto degli interventi, di un progetto unico per ogni stazione lungo i ventisei chilometri del percorso.
Il documentario “Roma sotterranea” ha quindi raccontato nei dettagli le innumerevoli e sorprendenti scoperte incontrate nelle fasi di costruzione, a partire dalla scoperta di una fogna con il bollo di Domiziano o sistemi di fornaci, fino agli auditoria voluti da Adriano che, appassionato della cultura greca, voleva così il diffondere il sapere tra i romani destinandogli ambienti consoni, o una dimora con il “lusso” dell’acqua corrente e piccole terme private.
Spicca l’operazione compiuta per Porta Metronia, dove è stata portata alla luce addirittura una caserma per i soldati: la struttura è stata smontata, studiata e poi ricostruita nella sua collocazione originale, in ogni particolare, una volta pronta la fermata della metro corrispondente. Così come è successo anche per gli altri reperti, ricollocati alla stessa profondità in cui sono stati trovati e in esposizione alla relativa stazione.
Con tutt’intorno una rete di sensori, posta all’esterno ai fori imperiali così come sottoterra nella Cloaca Maxima, sistema di drenaggio fondamentale per l’esistenza stessa di Roma, pronta a registrare ogni singola vibrazione generata dalla rete dei treni che possa mettere a rischio l’inestimabile patrimonio storico nel sottosuolo della Capitale.

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Dall’Africa alla Siberia: Varese Archeofilm, le tradizioni che rischiano di scomparire

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