Museo Sartorio-Banfi, specchio di vita autentica della provincia di Varese

La Lombardia che vorrei

TRONZANO LAGO MAGGIORE – Per il consueto appuntamento con l’editoriale promosso dall’associazione “La Lombardia che Vorrei”, esploriamo, grazie al suo presidente Ezio Banfi, il museo Sartorio-Banfi: una piccola e affascinante raccolta di storia locale che custodisce testimonianze della vita quotidiana nell’Ottocento. Attraverso i suoi reperti, il museo racconta un volto autentico del territorio e delle persone che lo hanno abitato, permettendo di riscoprire usi e tradizioni di un’epoca ormai lontana.

Presidente Ezio Banfi, come è nato il Museo Sartorio-Banfi e da chi è stata avviata la collezione?

«Il museo è nato da un’idea di mio padre, Oreste, profondamente legato a questo territorio, dove trascorse parte della Seconda guerra mondiale da milanese sfollato. Nella casa di campagna degli antenati riuscì a ritrovare un senso della vita diverso e affascinante, fatto di valori, tradizioni e testimonianze che meritavano di essere conservati».

Perché il Museo Sartorio-Banfi rappresenta una valida opportunità per scoprire un angolo autentico della vita della provincia di Varese?

«Situato a Tronzano Lago Maggiore, il museo Sartorio-Banfi racconta l’identità di un territorio segnato dalla tradizione rurale, dalla storia lacustre e dalle Alpi, che nel corso del tempo sono state prima un confine naturale e poi politico. Un insieme di elementi che rende questa parte della provincia di Varese particolarmente ricca e singolare».

In quante sezioni è principalmente diviso il percorso espositivo e quali tipologie di reperti conserva?

«Il percorso del museo, si articola in quattro sezioni, ciascuna dedicata a un diverso aspetto della storia del territorio e della famiglia. La prima raccoglie oggetti legati alla vita quotidiana, dalla casa alle attività lavorative dell’epoca; la seconda racconta il fenomeno delle migrazioni, attraverso soprattutto oggetti e abiti provenienti dalla Francia. Una terza sezione è dedicata alle guerre, con un’importante raccolta di divise e attrezzature, mentre l’ultima mette in luce i rapporti della famiglia con Milano, documentati attraverso testimonianze, documenti e strumenti di lavoro».

In che modo i reperti del museo permettono di conoscere la vita quotidiana e le tradizioni delle famiglie dell’Ottocento nella provincia di Varese?

«All’interno del museo, i diversi reperti permettono di ricostruire la vita quotidiana e le tradizioni delle famiglie dell’Ottocento nella provincia di Varese. Gli oggetti utilizzati per la raccolta delle castagne e dell’uva raccontano una realtà rurale basata sull’autosufficienza, mentre le attrezzature del falegname e del muratore testimoniano gli antichi mestieri e il lavoro quotidiano. La vita legata al lago emerge invece dal diario di bordo del “Batò” e dalla corona a spillo, elemento caratteristico della tradizione dei Promessi Sposi. La “Giazzera” e le stoviglie da osteria raccontano il ruolo del territorio come zona di transito, testimoniato anche dall’antico orario ferroviario della tratta Luino–Tronzano Lago Maggiore–Parigi. A completare il quadro sono le attrezzature utilizzate per la costruzione della ferrovia e alcuni progetti architettonici, che raccontano i rapporti del territorio con Milano, mentre le fotografie locali conservano testimonianze della presenza celtica nella zona».

Qual è l’importanza di mantenere viva una collezione privata come quella Sartorio-Banfi e di renderla accessibile al pubblico?

«Chi arriva a Tronzano cerca spesso una pausa nella natura e nella tranquillità. Rendere il museo aperto al pubblico significa però mostrare una storia, antica e al tempo stesso moderna, fatta di cultura, interscambi e ospitalità: una ricchezza che, probabilmente, non è immediatamente intuibile in un contesto di così ridotte dimensioni».

Quale ruolo può avere il museo nella conservazione e nella trasmissione della memoria storica e culturale del territorio alle nuove generazioni?

«Come dico sempre quando i bambini sono ospiti al museo: questo è stato un tempo, ma, come vedete, rispecchia anche l’oggi. Guardate con i vostri occhi e fatevi un vostro pensiero. Qualsiasi cosa vi passi per la testa, portatela con voi nel futuro. Il museo è la casa delle Muse, custodi dell’arte e dell’ingegno».

In conclusione presidente, qual è la Lombardia che vorrebbe?

«Vorrei la Lombardia che ho conosciuto: aperta a tutti, capace di essere ospite della differenza e della diversità e, proprio grazie a questo, di continuare a essere all’avanguardia nell’umanità. Una Lombardia inclusiva, dove chi arriva possa sentirsi parte della tradizione, contribuendo al tempo stesso a reinventarla, anche attraverso una forte contestazione».

Vi diamo appuntamento alla prossima puntata dell’editoriale “La Lombardia che Vorrei” con un’altra realtà protagonista della nostra Varese. Sul nuovo sito dell’associazione, www.lombardiachevorrei.it, è ora possibile consultare tutte le puntate dell’editoriale, trovare informazioni utili sulle attività, conoscere le modalità di partecipazione, restare aggiornati sulle iniziative e proporre anche nuove realtà da intervistare. Vi aspettiamo anche con le vostre segnalazioni e i vostri suggerimenti.

La Lombardia che vorrei – MALPENSA24
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