Lo studente in piazza il 17 ottobre: «No alla violenza, ma è il momento di lottare»

di Alessandro Mammone 

MILANO – «Se non lotti per gli altri, chi lo farà per te?». Sono queste le parole di Simone Paganini, studente di 19 anni della provincia di Milano, presente alla manifestazione del 17 ottobre. «La violenza del Duomo è assolutamente da condannare. Ma bisogna saper distinguere le due cose», dice, contestando il fatto che l’attenzione si sia concentrata sugli scontri più che sulle ragioni della protesta.

Simone non ha ancora un affitto da pagare né una famiglia da mantenere, ma guarda con preoccupazione a un mondo fatto di contratti precari e stipendi insufficienti, in cui anche trovare una casa può diventare un ostacolo difficile da superare. Da qui nasce la sua scelta di scendere in piazza, da un sentimento di frustrazione che attraversa le sue parole e dalla sensazione che alle richieste dei giovani si risponda troppo spesso con un semplice «arrangiatevi», come lui stesso ha percepito nelle dichiarazioni sul caro carburanti. «I ragazzi che c’erano in quel corteo non sono andati a spaccare la testa ai poliziotti, sono andati a lamentarsi del proprio futuro».

Hai 19 anni e molte delle difficoltà che denunci non ti riguardano ancora direttamente. Perché hai deciso comunque di scendere in piazza?

Ero lì per diverse ragioni. Innanzitutto, il carovita che sta arrivando in Italia e il caro benzina. Mi ha colpito anche il fatto che Salvini, parlando del costo dei carburanti, abbia detto di arrangiarsi o attrezzarsi. Sentire una dichiarazione del genere dal ministro dei Trasporti mi fa veramente venire la pelle d’oca. Poi c’è il mondo del lavoro, che per noi giovani è diventato sempre più difficile. Trovo assurdo che si possa arrivare a trent’anni facendo stage non pagati o retribuiti con 300 euro al mese, oppure ritrovandosi con contratti che scadono ogni tre mesi. A questo si aggiungono gli affitti impossibili da sostenere, che insieme al costo della vita possono portare a dover scegliere se pagare la casa o fare la spesa. Mi preoccupano anche le difficoltà della sanità pubblica e della scuola e le scelte del governo sulle risorse da destinare a questi settori rispetto alle spese militari. Ci sono persone che, non potendosi permettere visite private, devono aspettare mesi, a volte anni, per fare esami e visite mediche. È vero, io non prendo ancora uno stipendio, non pago un affitto e non sostengo personalmente le spese di casa. Ma non sono uno di quelli che pensa che, se un problema non lo riguarda direttamente, allora non valga la pena lottare. Anzi, credo proprio il contrario: se non lotti quando il problema non è tuo, poi, quando il problema sarà tuo, non aspettarti che qualcun altro lotti per te.

Che cosa hai vissuto durante il corteo e quali sono le immagini che ti sono rimaste più impresse?

La manifestazione è partita da piazza Duomo intorno alle 15. Siamo rimasti lì per alcune decine di minuti, tra cori, striscioni, bandiere e fumogeni, poi ci siamo spostati verso Cordusio ed entrati in via Broletto. A un certo punto il corteo si è fermato e, da dove mi trovavo, in mezzo ai manifestanti, inizialmente non capivo che cosa stesse succedendo. Dopo un po’ abbiamo capito che c’erano cordoni di polizia davanti e dietro di noi. Io e il ragazzo con cui ero alla manifestazione siamo riusciti a uscire da via San Prospero e ad arrivare in via Dante, dove si era formato un altro gruppo di persone che, come noi, si era allontanato dal corteo. Abbiamo continuato a fare cori e a tenere gli striscioni. Per quello che ho visto personalmente, lì la situazione era del tutto pacifica: non ho visto oggetti lanciati o cose rotte, e c’erano anche famiglie con bambini, passeggini e cani. Successivamente siamo tornati verso via Broletto, passando da via Cusani, e abbiamo visto che la situazione era ancora bloccata. Da una parte i manifestanti venivano fatti indietreggiare, dall’altra c’erano le forze dell’ordine schierate con una camionetta dotata di idranti e altri mezzi. Siamo rimasti fermi per parecchio tempo e le prime file dei manifestanti si sono sedute per terra, con striscioni e bandiere della pace e della Palestina davanti agli agenti in tenuta antisommossa. È stata una scena che mi è rimasta impressa. Dopo un po’ la camionetta si è spostata e il corteo ha ripreso a proseguire. Io e il mio amico siamo arrivati in zona Castello e abbiamo preso la metropolitana, mentre la manifestazione continuava.

Gli scontri hanno segnato la giornata milanese. Che cosa ti ha dato più fastidio nel modo in cui la manifestazione è stata raccontata?

Quando stavamo andando verso la metropolitana abbiamo visto su Instagram dirette e video che mostravano gli episodi di violenza in piazza Duomo. Voglio essere chiaro: la violenza e i danneggiamenti sono assolutamente da condannare. Ma bisogna saper distinguere le cose. Io non posso raccontare ciò a cui non ho assistito, perché quando sono andato via non sapevo che cosa sarebbe successo dopo. Posso però parlare dei momenti che ho vissuto direttamente e delle persone con cui ho condiviso la manifestazione. Mi ha dato fastidio che tutto sia stato messo insieme, come se l’intera protesta fosse riconducibile agli scontri. Nei telegiornali che ho visto è stato dato molto spazio alle immagini della violenza, mentre ho trovato poco spazio per i momenti pacifici e per le ragioni che avevano portato le persone in piazza. Penso ai miei genitori, ai miei zii e a mia nonna, che hanno nel telegiornale una delle principali fonti di informazione. Non seguono necessariamente le dirette su Instagram o i video pubblicati da chi era presente. Se vedono soltanto determinate immagini, rischiano di farsi un’idea della giornata senza conoscere tutto quello che è successo. Ho dovuto spiegare più volte che la mia esperienza era stata diversa da quella restituita dai servizi televisivi. Il punto non è negare gli scontri, ma evitare che finiscano per oscurare tutto il resto. Ci sono stati momenti significativi, persone che protestavano pacificamente e famiglie che volevano far sentire la propria voce. Ridurre una giornata del genere alle immagini più violente significa, a mio parere, perdere di vista le ragioni per cui tante persone hanno deciso di scendere in strada.

Perché, secondo te, l’attenzione si è concentrata sui danni materiali più che sulle ragioni della protesta?

Mi ha colpito la reazione dell’opinione pubblica. Capisco che vedere una vetrina distrutta o una macchina dei Carabinieri danneggiata susciti indignazione, e non penso che questi episodi debbano essere giustificati. Però mi chiedo perché si arrivi a parlare molto più di una vetrina rotta, come quella di Foot Locker, che di tutte le motivazioni che hanno portato le persone in piazza. Dietro quella protesta ci sono il carovita, gli stipendi bassi, la precarietà, gli affitti e le difficoltà nell’accedere ai servizi pubblici. Sono problemi che riguardano anche persone che magari non condividono la manifestazione, ma che ne subiscono le conseguenze. Eppure, a volte, sembra che un danno materiale susciti più indignazione di difficoltà che incidono concretamente sulla vita quotidiana di tante famiglie. Non sto dicendo che una vetrina non conti o che chi distrugge qualcosa abbia ragione. Sto dicendo che dovremmo riuscire a parlare anche del resto. Se tutto il dibattito si concentra sui danneggiamenti, rischiamo di dimenticare perché quelle persone fossero lì. Mi colpisce soprattutto che anche chi vive le difficoltà di cui parliamo possa finire per difendere una situazione che contribuisce al proprio malcontento, invece di interrogarsi sulle ragioni della protesta.

Dopo questa esperienza, che cosa ti preoccupa del diritto di manifestare e che cosa vorresti dire agli altri giovani?

Mi preoccupa il fatto che si possa arrivare ad avere paura di manifestare. Il diritto di protestare pacificamente è un mio diritto e voglio poterlo esercitare. Per come ho vissuto quella giornata, il corteo è iniziato in maniera pacifica e la situazione si è fatta difficile quando ci siamo trovati bloccati in via Broletto. Ritengo che sia importante capire come si siano svolti quei momenti e che cosa abbia contribuito a far degenerare la situazione, senza attribuire responsabilità in modo indiscriminato. Non vorrei che qualcuno rinunciasse a scendere in piazza perché teme che una protesta possa essere raccontata soltanto attraverso gli scontri o che gli episodi violenti finiscano per identificare tutti i partecipanti. Chi commette atti di violenza deve risponderne, ma chi manifesta pacificamente deve poter essere ascoltato. Il mio messaggio è che non bisogna aspettare di essere colpiti personalmente da un problema per decidere di interessarsene. Noi giovani siamo quelli che dovranno vivere le conseguenze delle scelte fatte oggi. Se il lavoro diventa sempre più precario, se una casa sembra irraggiungibile e se i servizi pubblici diventano difficili da utilizzare, non possiamo limitarci a guardare e aspettare che siano gli altri a cambiare le cose. Per questo ho deciso di essere in piazza, anche se molte di quelle difficoltà non mi riguardano ancora direttamente. Perché il futuro non è una questione che possiamo rimandare a quando saremo grandi, avremo un lavoro o dovremo pagare un affitto. È una questione che ci riguarda già adesso.

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