di Massimo Lodi
Referendum Carroccio, Salvini vince 76-24: marea di consenso e catasü. Però. Però (1) alla Lega Italia Federale -nome scelto a pro dell’autonomia differenziata- solo di default aderisce la personalità dal profilo top, il ministro dell’Economia Giorgetti. Ossequiente al verdetto, certo sì. Ma con sfilza di postille: se siamo troppo di governo e poco di lotta, perderemo la lotta di conquista del prossimo governo. Se pensiamo che tutto vada bene, ci faremo ancora più male. Se applaudiamo a un otto per cento immaginando la salita da zero anziché osservando la discesa da doppie cifre, ci spelleremo altro delle mani.
Però (2) alla sprintata su Kiev segue il colpo di freno. Prima Matteone dichiara: confermato segretario, darò un ultimatum a premier e ministri perché basta mandare armi/soldi in Ucraina. Poi svicola sul felpato, sul penultimatum, sul post-bluff: serve uno sforzo diplomatico intenso favorevole alla pace. Ambiguo? Beh, insomma. Cioè no, assolutamente. Le ambiguità son roba da giornalisti, questa categoria dove allignano i testimonial di cazzate (ipse dixit). Trattasi di sfumature del linguaggio, dai.
Però (3) all’equilibrio di coalizione vien preferito il rosicare competitivo. Messaggio ai sodali della destra: non giudicateci alleati di serie B, e sappiate che lo dimostreremo alle consultazioni in arrivo. Certificheranno almeno -almeno, mai porre limiti alle urne- il secondo posto della Lega, se ne faccia una ragione Forza Italia. Intanto tuttavia comunque: viva Giorgia, si capisce. Si capisce? Mah. Forza Italia non capisce che bisogno c’era di grattugiarle i nervi a ‘sto modo. Già si fatica a trovar la quadra sui nomi da scegliere in vista dei cimenti amministrativi (Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli eccetera), ora si faticherà in misura superiore. Tutti faticheranno in misura superiore, Lega compresa. Anche Giorgia non capisce: amico carissimo, riconosci la mia leadership (ci mancherebbe, eh), tuttavia pianti questa zeppa propagandistica nella questione bellica. Cosa ci guadagniamo? Ecco, appunto. Cosa ci guadagniamo? Lo vorrebbe dire pure Giorgetti cui la realpolitik suggerisce un silenzio da palude Brabbia alle sei del mattino. Sono state sufficienti le poche/rumorose parole all’assemblea congressuale: l’onda laghée ha già fatto il suo eloquente sciabordio.
Intanto Giorgia (chissà se ognun capisce o no) fila a passo svelto. Sveltissimo. Lascia intendere d’esser favorevole a parlamentarie anticipate nella tarda primavera ’27, fine di maggio inizio di giugno, accorpandole -oplà- alle amministrative. Proprio quello che Matteone non vuole. Ma qui è Rodi, qui si salta. Lo raccontava la favola di Esopo, lo racconta la favola dell’underdog. Bisognerà adeguarsi, riponendo i sogni di smarcamento russofilo: ne è persuasa -dentro il suo inconfessabile intimo- gran parte della Lega Italia Federale, zero intenzionata a ridursi in una Lega Italia Residuale. Il capo archivierà la réclame da comizio, dove finirebbe dissociandosi dai partner dell’esecutivo? Brividi. Quando Giorgetti evoca un partito insieme istituzionalista e movimentista prescrive la ricetta: portare in là il confine della rappresentatività settentrional-popolare, tenersi al di qua di scarti perimetrali. Ci si potrebbe ridurre a scarti politici.
