MILANO – Con 465 voti – contro 146 – Matteo Salvini vince e si tiene la guida della Lega. Lo hanno stabilito le urne oggi, 25 ottobre, che hanno raccolto le preferenze dei militanti che si sono ritrovati a Milano per il congresso straordinario. Un nuovo inizio, certo. Con ancora della sbavature da aggiustare, però. Molte questioni sono ancora sul tavolo. E sono nodi che andranno sciolti nelle prossime settimane, per capire se tutto – tutto – il partito tornerà a remare nella stessa direzione.
Il Capitano alla guida
Si chiude con la riconferma del Capitano, quindi. Nessun ribaltone. Lo dicono i numeri. E anche le novità annunciate – quali, ad esempio, la segreteria federale – sono tutte da costruire e da testare. Svelato, invece, il nuovo simbolo: via il nome di Salvini, al suo posto c’è la scritta Italia federale. «Da domani – le prime parole del segretario – ricomincio a fare quello che faccio ogni giorno, con gioie e dolori. Sento una grande responsabilità. E spero che la stessa responsabilità la sentano coloro che, a tutti i livelli, in questi mesi, hanno trattato i loro fratelli militanti come nemici. Con oggi, dico basta». Ma la Lega è protagonista: «Non tollererò più che sia considerato un partito di Serie B dove governa il centrodestra. Non siamo secondi a nessuno». Ora l’obiettivo elezioni. Anche se Salvini non sembra avere dubbi: «Vinciamo. Giorgia Meloni, la sera delle Politiche, tornerà ad essere presidente del consiglio e la Lega dell’Italia federale sarà il secondo partito».
L’intransigenza di Salvini
Come primo intervento da segretario federale, Salvini ha messo in chiaro la sua intransigenza: «Non era mai capitato, in 35 anni, che sapessi di alcuni dirigenti che nelle settimane precedenti agli eventi di Pontida o della manifestazione a Milano, mandassero messaggi Whatsapp dicendo “Non andiamo, boicottiamo, perché dobbiamo dare un segnale“». Però, ha poi aggiunto, «questo non è un segnale a Salvini, è il tradimento dell’essere leghisti». E poi: «Ho sentito parlare di epurazioni o liste di proscrizione. Sarò intransigente verso chi ha cariche elettive e non versa al movimento quello che deve versare al movimento».
Il salvinismo
Non ci si poteva certo aspettare un discorso rivoluzionario nei contenuti. Del resto Matteo Salvini è stato acclamato un anno fa segretario federale e sui medesimi concetti ha incentrato il suo intervento. Con qualche “sculacciata” tra le righe ai chi l’ha criticato («Non ho bisogno di gridare per far passare il concetto. Chi grida per farsi sentire (Romeo, che spesso ha toni sopra le righe in fatto di decibel della voce?) forse ha idea deboli»). Il capitano ha rivendicato l’azione di governo, i successi della Lega per i territori del Nord e il posizionamento politico tra i Patrioti in Europa. Forse la grande novità rispetto al passato è il cambio del simbolo: al centro l’inamovibile Alberto da Giussano con la parola Lega che comanda e sotto, al posto di Salvini Premier, la scritta Italia – in giallo – federale, su sfondo blu. Per il resto il discorso è stata la summa del salvinismo che in questi anni ha vissuto gloria e dolori. Da non dimenticare poi che nel suo discorso ha dato del “parolaio” a quel Roberto Vannacci che lui stesso volle in Lega con i gradi di vice segretario.
L’intervento di Garavaglia
Dei due candidati, il primo che parla è Massimo Garavaglia: «Mi sono candidato per la forza della libertà». E ha ribadito la centralità del tema della sicurezza e ha cercato di riposizionare il partito affermando che «La Lega è popolana, non populista. C’è una grande differenza tra essere popolani e populisti come spesso ci dipingono», e sottolineando che «siamo un partito con valori liberali». Inoltre, Garavaglia ha disegnato la sua segretaria federale: «In caso di vittoria – ha detto – voglio al mio fianco, e davanti a me, questi fuoriclasse: Zaia, Durigon, Giorgetti, ovviamente Matteo Salvini».

Il leghismo di Giorgetti
Giancarlo Giorgetti è uscito dalla pericolosa logica dualista congressuale e ha fissato una serie di concetti leghisti che da oltre 40 anni fanno da mastice. Il ministro ha fatto un intervento parlando di Lega, ma soprattutto di leghismo, ovvero quel sottile filo rosso che negli anni cuce gli animi padani: «Siamo arrivati qua in un clima particolare. Io credo nella Lega nazionale, ma non nella Lega nazionalista. Credo nell’identità. Io sono conservatore, perché difendo i miei affetti, la mia famiglia, la mia terra, la mia religione. Senza la Lega di lotta non si va al governo. E attenzione al circolo vizioso: quando tu stai troppo al governo ti atrofizzi e diventa difficile tornare a essere di lotta.
Cassani le canta a Salvini
Il segretario provinciale di Varese, Andrea Cassani, ha affrontato più temi: dal dilemma della perdita dei consensi a quella che ha definito una «crisi di fiducia, di appartenenza e di credibilità». La responsabilità, ha sottolineato, è «condivisa da tutti: non è di una persona o del segretario generale». E dopo aver bacchettato i leghisti del Sud («Non sanno quello che è la Lega e non sanno quello che era la Lega Nord»), ha precisato: «Dobbiamo smettere di confondere la lealtà con il silenzio. Perché dire a un segretario quello vuole sentirsi dire, è molto facile. Dirgli quello che deve sapere, richiede coraggio». Ecco perché ha voluto dare un consiglio «non richiesto» rivolgendosi direttamente a Matteo Salvini: «Il fatto che tu sia qui, depone sicuramente a tuo favore: ascolta di più quelli che hanno il coraggio di dirti le cose in faccia e meno chi punta solo alla conservazione del proprio status. Chi ti dà dei suggerimenti, seppur fastidiosi. pensa al bene della Lega. Chi invece è uno yes-man, di solito pensa solo al proprio bene. E stanne certo che saranno proprio questi ultimi che si scaglieranno con più veemenza contro di te quando non otterranno quello che si aspettano».
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