l risultato delle elezioni di midterm americane del 3 novembre 2026 ha dimensioni storiche. I democratici riconquistano il controllo di entrambe le Camere del Congresso, ma è soprattutto la conquista del Senato a rappresentare una vera e propria svolta politica. La vittoria alla Camera era ampiamente attesa, mentre il risultato al Senato ha superato le previsioni, portando i democratici a conquistare seggi in territori che fino a ieri sembravano saldamente repubblicani.
Basta guardare la carta geografica per comprendere la portata del terremoto elettorale. In Texas, dove un democratico non vinceva un’elezione per il Senato dal 1988, James Talarico ha sconfitto il repubblicano Ken Paxton. In Kansas, Adam Hamilton ha conquistato un seggio che mancava ai democratici dal 1932: quasi un secolo di dominio repubblicano. E non è finita qui: i democratici hanno conquistato anche Ohio, Iowa, Carolina del Nord e Carolina del Sud, mentre in Georgia Jon Ossoff ha confermato il proprio seggio con il 59% e può considerarsi un prossimo candidato per le primarie democratiche alla presidenza 2028.
Il dato più significativo, però, è quello della Rust Belt, la cintura industriale del Midwest. Stati come Ohio, Michigan e Iowa, che nel 2024 avevano premiato Trump anche nella speranza di una rinascita dell’industria manifatturiera e del ritorno dei posti di lavoro, hanno cambiato radicalmente orientamento. In Ohio torna al Senato il democratico Sherrod Brown, in Iowa vince Josh Turek e in Michigan si afferma Abdul El-Sayed. È una sconfitta particolarmente pesante per Trump: proprio quei territori che aveva conquistato promettendo di riportare le fabbriche e la produzione americana a essere il motore dell’economia nazionale sembrano aver perso fiducia nelle sue promesse.
Ma la vera sorpresa è l’avanzata democratica nel Sud, tradizionalmente il cuore dell’elettorato conservatore. Oltre alla Carolina del Nord, i democratici conquistano anche la Carolina del Sud e ottengono un importante risultato in Georgia. Persino in Mississippi, il democratico Scott Colom è arrivato a contendere il seggio alla senatrice uscente Cindy Hyde-Smith, portandosi temporaneamente in vantaggio durante lo scrutinio. Una circostanza dal forte valore simbolico: il Mississippi è lo Stato che fino al 2020 conservava nella propria bandiera ufficiale l’emblema militare confederato, simbolo di un passato schiavista e segregazionista. È anche lo scenario storico evocato dal film Mississippi Burning, che racconta la violenza razzista e le difficoltà incontrate dal movimento per i diritti civili.
Un altro elemento interessante è la capacità dei democratici di mettere insieme sensibilità politiche e culturali differenti. La vittoria di Abdul El-Sayed, musulmano e progressista, in Michigan, e quella del cristiano James Talarico in Texas, testimoniano una coalizione capace di superare le tradizionali divisioni identitarie e religiose. Non è soltanto una vittoria del Partito democratico, ma anche il segnale di una possibile ricomposizione di un elettorato progressista molto eterogeneo.
La vittoria democratica non si ferma al Congresso. Ancora più significativa, per le conseguenze politiche di lungo periodo, è la conquista di numerosi governatorati. I democratici vincono in Ohio, Michigan, Iowa, Wisconsin e Pennsylvania, oltre a Georgia e Texas. Proprio in Texas cade Greg Abbott, governatore repubblicano che aveva sostenuto il controverso ridisegno dei collegi elettorali (gerrymandering), pensato per garantire ai repubblicani un vantaggio nelle elezioni congressuali. Una manovra che non è riuscita a fermare l’avanzata democratica. La conquista del governatorato texano, in particolare, rappresenta un colpo durissimo per il Partito repubblicano: perdere uno Stato così popoloso e tradizionalmente conservatore significa mettere in discussione una delle sue più importanti basi elettorali nazionali.
I sondaggi, dunque, avevano anticipato la tendenza, ma forse l’indicatore più efficace dell’impopolarità di Trump è stato il costo della vita. In particolare, il prezzo della benzina, arrivato a livelli record per l’amministrazione Trump, ha pesato enormemente sull’umore degli elettori. Non si tratta soltanto di un dato economico: negli Stati Uniti, dove l’automobile è indispensabile per milioni di lavoratori, il prezzo alla pompa è un indicatore immediato e quotidiano del benessere delle famiglie. La guerra con l’Iran e le conseguenti tensioni energetiche hanno aggravato il problema, trasformando il caro carburante in un pesante costo politico per la Casa Bianca.
Adesso si apre la partita più delicata: quella all’interno del Partito repubblicano. Per la prima volta, molti esponenti conservatori dovranno fare i conti con una domanda che finora hanno accuratamente evitato: fino a che punto è conveniente continuare a subordinare il partito a Donald Trump? La perdita di entrambe le Camere significa che il presidente dovrà affrontare un Congresso controllato dagli avversari, che potranno bloccare le sue iniziative, ostacolare le nomine e avviare indagini sull’amministrazione.
E Trump ha improvvisamente abbassato i toni, si è congratulato con i democratici e ha mostrato una disponibilità al compromesso fino a ieri difficilmente immaginabile. Sullo sfondo c’è anche la prospettiva di un possibile impeachment: per condannare il presidente e rimuoverlo dall’incarico servirebbe il voto favorevole di due terzi dei senatori presenti, il che renderebbe indispensabile anche il sostegno di una parte dei repubblicani. Trump sa che, con un partito indebolito e una leadership sempre meno indiscussa, persino questa ipotesi non può essere considerata del tutto impossibile.
Le elezioni del 2026 potrebbero quindi segnare l’inizio di una nuova fase della politica americana.
Massimiliano Zocchi
(Partito Democratico Cardano al Campo)
