Addio allo stile politico

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L'incontro a Caivano tra Giorgia Meloni e Vincenzo De Luca

di Massimo Lodi

Lo stile non è forma. È sostanza. Sono ispirazioni, princìpi, comportamenti, esempi. Tanto più si occupa una posizione di rilievo, tanto meno è lecito concedersi scivolate di contegno. Lo stile non è molto. Lo stile è tutto. Informa la vita privata, e la vita pubblica se vi si è impegnati. Con ovvia influenza sulle vite private.

Banalità, naturalmente. Eppure sconosciute alla classe politica. Che dà, in molti/troppi casi, spettacolo non edificante di sé, quand’invece dovrebbe rappresentare il contrario.

Se un presidente di Regione insulta la presidente del Consiglio e la presidente del Consiglio, in visita sul territorio di quel presidente, evoca a scopo di revanche l’ingiuria di cui è risultata bersaglio, lo stile dei rapporti fra organismi dello Stato si disgrega. Va in stracci. Patisce uno strappo grave/irreparabile. Perché le conseguenze della lacerazione s’allargano alla società civile, ne sfregiano il tessuto sociale, promuovono la disarticolazione dell’armonia tra votanti e votati.

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Massimo Lodi

È questo il danno della mancanza di stile. Se ne dovrebbe prendere atto e quindi ravvedersi. Invece accade l’opposto. Il giorno dopo la disfida di Caivano tra Meloni e De Luca, va in scena a Palazzo Madama un tentativo di rissa fra senatori. Ci vuole l’intervento deciso dei commessi dell’aula per evitare che Menia, FdI, e Sensi, M5S, vengano alle mani. Gl’insulti non bastano più. Si avverte l’impulso dello scontro fisico. Una scena avvilente, e il primo a dolersene è il presidente La Russa. Seguiranno provvedimenti.

Nell’attesa, il rimbalzo già visibile/concreto è l’insofferenza degl’italiani verso chi dà loro voce, nei più alti consessi repubblicani. Nei ruoli operativi determinanti. Nelle occasioni ufficiali/solenni. Tacciato d’essere superficiale, qualunquista, rozzo eccetera, il popolo scopre un sovrappopolo peggiore di sé. Perché di sovrappopolo si deve parlare: tale è l’insieme dei nominati a esprimere il meglio del Paese ricoprendo cariche prestigiose. Addirittura si dovrebbe dire: tale è l’insieme dei missionari, se fosse vera e praticata la definizione di politica come più alta forma di carità.

Purtroppo lo stile corrente non è lo stile atteso. E quindi: siamo in pieno default di credibilità dell’architettura costituzionale cui spesso/invano Mattarella attribuisce valenza sacra. Sacra sì, essendo, quest’architettura costituzionale, l’impianto che regge la democrazia, un tesoro innanzitutto spirituale, nato contro le obiezioni che lo giudicavano irrealistico e invece affermatosi -che felice paradosso- in forza della sua carica pragmaticamente sognante. La rimozione dello stile equivale a cancellare un sogno, forse non se ne rendono conto gl’interpreti di parti non richieste nella commedia della governabilità. Ed equivale a cancellare, in casi sempre più numerosi, la partecipazione alla vita comunitaria. Si chiama astensione: una brutta parola, un pessimo risveglio. Nella mediocrità.

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