AleJet Petacchi diventa dirigente e racconta cos’è il ciclismo di oggi

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Alessandro Petacchi durante l'intervista con Claudio Ghisalberti

Il primo giorno di scuola. I ragazzi hanno l’aria felice, sognante neanche fossero a Disneyland. Ma il preside è ancora più contento. Guarda i suoi allievi, gli parla, chiede e spiega. Sorride. Ma questa è una scuola particolare. Gli allievi sono i ragazzi che nel 2026 correranno con la maglia della Polo-Cherry Bank, una squadra Continental di ciclismo. Le Continental sono la terza fascia del ciclismo, ma la struttura di questo team è da Champions League. Il padrone della scuola è Galdino Peruzzo, 73 anni, appassionatissimo di ciclismo, Ceo e fondtore della Polo SpA azienda – con 170 milioni di fatturato – specializzata nella distribuzione di prodotti alimentari e no food per la ristorazione. Peruzzo è anche un uomo da 20mila chilometri l’anno che riesce a fare in sole tre uscite settimanali. Polo che tra l’altro dal 2026 sarà anche sulle maglie della Nazionale. 

Il “preside” della scuola, ovvero il team manager della squadra, è Alessandro Petacchi. È AleJet, uomo da 149 vittorie in carriera, tra le quali la perla della Milano-Sanremo 2005, a fare gli onori di casa al primo giorno di ritrovo del team. Al suo fianco Alberto Ongarato, fidatissimo compagno di mille battaglie. 

Alessandro sei stato il team manager della Polo anche nella stagione che si è appena conclusa. Che esperienza è stata?

“Bella! È stata l’occasione per rientrare nel ciclismo attivo con degli amici.  Ho incontrato Alberto al Giro d’Italia l’anno scorso, alla tappa di Padova, e mi ha detto che stava lavorando a un progetto. Mi ha chiesto se mi poteva interessare. Ero felice della proposta perché il rapporto che ho sempre avuto con lui è durato anche negli anni dopo che ho smesso. Poi sono andato al Giro del Veneto, ho incontrato Galdino che ci ha conosciuto e di lì abbiamo fatto la prima riunione”.

Cosa ti ha convinto a metterti in gioco in un ruolo nuovo? Tu non hai mai fatto il team manager

“Sicuramente Galdino mi ha dato un’impressione di serietà, di persona concreta. Ci ha fatto delle domande a me e ci ha chiesto di presentargli un progetto. L’abbiamo fatto nel giro di poco, lui si è convinto e siamo partiti”.

Qual è stata la soddisfazione maggiore?

“Riuscire dal 14 agosto a fare una squadra Continental in due mesi. Ci siamo circondati di persone competenti, anche l’arrivo di Dimitri Konyshev è stato importante. I ragazzi lo hanno apprezzato molto. Lampugnani ha portato una parte dei ragazzi che venivano dalla Trevigiani. È  nato tutto nel giro di poco”

La difficoltà maggiore qual è stata?

“Più che altro mettere insieme l’aspetto tecnico dal punto di vista dell’attrezzatura, con il materiale tecnico”.

Il tuo è un ruolo dirigenziale: ma entri anche nelle decisioni, nelle scelte, nei consigli tecnici?

“Sì, diciamo che spesso ci confrontiamo prima e dopo la gara, con i direttori. In una delle prime riunioni io ho chiesto cosa avrei dovuto fare, i miei compiti. Ho detto che a me non sarebbe piaciuto andare solo a cercare sponsor o avere questa figura di uomo immagine. Mi hanno risposto che avrei potuto fare quello che volevo. Che con la tua esperienza, con la mia  carriera, potevo fare ogni cosa”.

Trovare sponsor sappiamo che è difficile, ma qual è la difficoltà maggiore in questo campo che tu hai incontrato?

“Ho chiamato tanti sponsor, anche tecnici, con cui correvo io, quindi è stato un po’ più semplice dal mio punto di vista. Nessuno mi ha mai detto di no, meno male in qualche modo ci hanno aiutato, ci siamo venuti incontro e questo è stato più semplice chiaramente. Così ora al nostro fianco abbiamo Pinarello, Campagnolo, Dmt, Giordana…”.

Quanti soldi ci vogliono per fare una squadra così?

“Tanti, per fare una Continental di questo livello, correndo con i professionisti, facendo due attività, si supera il mezzo milione di euro”.

Preparatori del centro Modus Vivendi, medico, mental coach, nutrizionista: tutti professionisti molto stimati nell’ambiente. Avete messo insieme uno staff da Champions League

“Forse è brutto da dire, ma abbiamo cercato di fare un po’ di selezione. Dopo l’esperienza di quest’anno, nessuno me ne voglia, però abbiamo cercato di avvalerci di uno staff solido, con professionisti che collaborano già tra di loro. Credo che il nostro staff sarà l’arma vincente”.

Perché?

“Perché è un gruppo molto affermato e solido. Mangiare bene, allenarsi bene, seguire i consigli del medico, tutelare il fisico da eventuali problematiche, prevenire… Come ti alleni, come mangi, come riposi: è il segreto per migliorarsi”.

Questa squadra si presenta come una magnifica rampa di lancio di futuri talenti, ma come si fa a crescere un corridore? Come lo si mette nelle condizioni di emergere?

“Diciamo che abbiamo fatto un bel ringiovanimento nella squadra. Avevamo tanti ragazzi un po’ più grandi, abbiamo puntato più sui giovani, sui giovani italiani emergenti. Prendere un elite di 25 anni, si fa fatica a fargli cambiare totalmente il metodo di allenamento, di lavoro, anche perché non crede più tanto al passaggio e quindi non investe più di tanto su se stesso. Un giovane invece ti segue alla lettera. Ora i ragazzi prima di firmare chiedono info anche sui materiali e sui sistemi d’allenamento. Rispondere che avremo certi materiali, come per esempio la Pinarello Dogma F come bici, conta tanto. Ormai funziona così. Per essere competitivi innanzitutto bisogna partire da lì, perché corri contro le squadre Devo e contro i professionisti. Avere un nutrizionista che insegna a un ragazzo giovane a fare questo sport è fondamentale al giorno d’oggi”.

Qual è l’obiettivo tuo e della squadra?

“Cercare d’insegnare questo sport, trasmettere quello che abbiamo imparato noi e cercare di fare passare ragazzi possibile al professionismo. In Italia c’è crisi, c’è crisi di atleti e cerchiamo di tirare fuori degli atleti nel modo giusto. Non tutti sono Pogacar, non tutti sono Evenepoel, però da chiunque si può tirare fuori qualcosa di meglio. L’importante è che il ragazzo segua e questo è l’obiettivo”.

Come siamo messi oggi in Italia?

“Non benissimo. Fortunatamente abbiamo Milan che sta facendo delle ottime volate. Credo che diventerà ancora più forte perché sta migliorando alcuni aspetti. Ho avuto occasione di fare due chiacchiere e secondo me mettendo a posto due cose potrebbe diventare davvero il più forte velocista al mondo. Abbiamo Finn, a cui bisogna dare tempo, ma sulla carta è uno dei giovani più forti e sta venendo su molto bene. Mi fa piacere che rimarrà ancora nella Devo perché è veramente giovane. Un anno in più di rodaggio gli sarà utile. Poi ci sono discreti corridori che possono fare benino”. 

Ganna secondo te che sviluppo può avere? Può vincere una grande classica?

“Sì, credo di sì. Però sai, finché c’è un corridore come Pogacar che fa il bello e il cattivo tempo diventa difficile per tutti.  Lui può vincere qualsiasi corsa, l’ha dimostrato ampiamente. Metterlo in difficoltà è estremamente difficile. Forse a Ganna verrà più facile metterlo in crisi alla Sanremo che alla Roubaix…”.

Se per magia tu fossi il padrone, il grande capo, chiamalo come vuoi, del ciclismo mondiale, cosa cambieresti?

“La recente regola che vieta a chi è professionista di fare le gare internazionali con le Continental, secondo me è giusta perché devi dare a questi ragazzi la possibilità di competere tra di loro. Non ha senso, per esempio, che una squadra Professional corra il Giro Next. Sono altri ritmi, altri allenamenti, altre maturazioni così quando vengono a fare queste gare questi mettono in difficoltà i corridori che corrono le squadre Continental, che alla fine sono dilettanti. Credo invece che ci siano troppi punti a disposizione nella gare minori. Vincendo gare minori la squadra può scalare il ranking mondiale, ma se fai la Serie A deve essere la Serie A”. ,

Quindi nelle corse WorldTour dovrebbero correre solo i WorldTeam?

“Nei grandi giri no, perché sennò finirebbe il ciclismo. Le squadre Professional creperebbero. Chi è disposto a spendere milioni senza fare il Giro d’Italia? E’ una vetrina troppo importante per  queste squadre”. 

E le nuove regole tecniche ti piacciono? Serviranno davvero per avere più sicurezza?

“Sul manubrio sì, sicuramente sì. Perché è una follia usare un 38 solo per esseri più stretti, più aero. Si va già tanto forte e non credo che cambi ad avere due centimetri più di larghezza sul manubrio. In compenso un manubrio più largo aumenta molto la guidabilità. Anche raddrizzare un po’ le leve non è un male. Però limitare i rapporti lascia un po’ il tempo che trova. Perché se hai un 54×10 e lo fai girare non vai a 80 km all’ora. Non è che se c’è il 56×11 vai più forte. Non lo usi nemmeno. La performance dipende molto dai materiali m a ora si guarda anche l’irrisorio. Prendiamo ad esempio le scarpe. Dicono che un cricchetto faccia perdere 3 watt. Capisco che sia importante se fai il Record dell’ora, ma in volata o in salita?”

Ma tu ti ci vedresti come corridore in questo ciclismo esasperato?

“Mi piacerebbe. Mi piacerebbe… Mi piacerebbe soprattutto per quanto riguarda l’alimentazione, la preparazione. Anche se ho seguito delle tabelle, dei programmi e tutto mi sarebbe piaciuto capire alimentandomi e allenandomi diversamente dove sarei arrivato. Non dico che avrei vinto molto di più, però in alcune gare come Sanremo, Fiandre e Roubaix avrei fatto meglio. Tornassi indietro farei più Tour, perché il Tour è il Tour, e punterei con decisione alle Classiche del Nord”. 

ciclismo petacchi ghisalberti – MALPENSA24

 

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