Ampliare il carcere di Busto per risolvere anche i problemi dei varesini Miogni?

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BUSTO ARSIZIO – Si parla, in molte circostanze si straparla, della questione carceraria, dell’inadeguatezze delle strutture, dell’esiguità degli organici della polizia penitenziaria, del sovraffollamento, dei suicidi in preoccupante crescita, delle rivolte dei detenuti. Tra il ministro Carlo Nordio, che propone di ricorrere ai domiciliari o all’affidamento in prova per chi si trova nell’ultima fase di detenzione, prima dell’uscita; e il sottosegretario Andrea Delmastro che si oppone a qualunque provvedimento “svuota carceri”, il problema rimane irrisolto. Anzi, si aggrava. In tutto il Paese e nella stessa provincia di Varese, che ospita i fatiscenti Miogni nel capoluogo e la Casa Circondariale a Busto Arsizio. Struttura al limite della decenza, la prima; insufficiente ad ospitare tutta la locale popolazione in stato di detenzione, la seconda.

Sovraffollati sia l’uno sia l’altro carcere. Un grosso guaio, le cui conseguenze sono immaginabili per coloro che sono ristretti in una cella e per gli stessi agenti. Con il caldo opprimente a metterci il carico. Soluzioni? A Varese si sono mossi i parlamentari Stefano Candiani, della Lega, e Andrea Pellicini, Fratelli d’Italia. Hanno sollecitato il governo a mandare soldi per mettere mano ai Miogni. Iniziativa che ha trovato consenso bipartisan in Alessandro Alfieri, del Partito democratico. Di più, Candiani chiede che, oltre all’urgente riqualificazione dell’edificio di via Morandi a Varese, si proceda al progetto di un carcere nuovo. Finalmente e dopo che i Miogni sono stati considerati da dismettere almeno una ventina d’anni fa. Provvedimento ufficiale di Roma, mai preso in considerazione.

In scia a questo quadro di riferimento torna d’attualità una vecchia proposta: l’ampliamento della casa circondariale di Busto così da far confluire anche i detenuti di Varese. Quasi l’uovo di Colombo, che qualcuno rilancia sommessamente per via degli ostruzionismi campanilistici di Varese. Il capoluogo non vuole perdere il carcere, quasi fosse un segno distintivo. Venti chilometri più giù ne è in funzione un altro, più moderno e con la possibilità di essere quasi raddoppiato. Costi ridotti e più agile gestione, i benefici. Però, c’è un però: i primi ad opporsi pare siano gli avvocati: troppi disagi spostarsi da Varese a Busto per le incombenze d’istituto. Poi c’è la magistratura varesina che il carcere lo vuole lì, accanto al tribunale.

Insomma, impedimenti più o meno concreti, tanto che l’idea tornerà facilmente sepolta negli archivi dei “si potrebbe ma non si fa”. Busto coi suoi problemi di sovraffollamento (ricordiamo la vicinanza di Malpensa: la metà dei detenuti è di origine straniera), Varese con i suoi disservizi strutturali. Un peccato, proprio adesso che il governo mette in campo soldi per l’edilizia carceraria. Ma per alcune soluzioni ci vuole coraggio, quello che una certa classe politica, anche in senso trasversale e in funzione elettorale, non sempre possiede.

Per il carcere colabrodo di Varese la soluzione è a Busto Arsizio

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