BUSTO ARSIZIO – Pesanti violazioni in materia di sicurezza sul lavoro e inesistente rispetto delle norme igienico sanitario. E non solo, tributi non versati e un sistema di “apri e chiudi” della ditta studiato per frodare il fisco. Il giochetto è durato quattro mesi, i militari della Guardia di Finanza hanno infatti chiuso il laboratorio cinese al termine di un controllo capillare.
Salta la Partita Iva
I militari della Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Varese, congiuntamente a personale dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro, hanno eseguito un controllo fiscale ed in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, nei confronti di una ditta individuale di recente costituzione, riconducibile ad un soggetto di nazionalità cinese, operante in un opificio privo delle basilari misure di igiene e sicurezza, procedendo al termine delle attività alla richiesta di cessazione d’ufficio della Partita Iva all’Agenzia delle Entrate.
Scoperti dopo quattro mesi

In particolare, i finanzieri di Busto Arsizio, attraverso una valorizzazione trasversale delle banche dati fiscali e di polizia in uso, nell’ambito dell’attività a contrasto del fenomeno dell’apertura di nuove Partita Iva irregolari spesso di nazionalità cinese, hanno avviato un mirato controllo fiscale nei confronti di un’impresa, attiva da soli quattro mesi, operante nel settore della lavorazione e confezionamento di capi d’abbigliamento, che operava in totale spregio delle norme in materia di tutela della salute, igiene e della sicurezza sul lavoro.
Igiene e sicurezza sul lavoro
In fase di accesso, eseguito insieme agli ispettori dell’Itl di Varese, le Fiamme Gialle operanti hanno identificato i cittadini cinesi presenti nell’opificio e svolto, tra gli altri, accertamenti finalizzati alla verifica delle autorizzazioni necessarie allo svolgimento dell’attività e del rispetto delle norme sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. Già in tale contesto, veniva disposta l’immediata sospensione dell’attività per grave violazioni in materia di tutela della sicurezza sul lavoro, alla quale si sono accompagnate ulteriori 5 prescrizioni.
Tasso non pagate
La successiva attività ispettiva eseguita, consentiva di accertare che il titolare della ditta individuale sottoposta a controllo, era già stato dipendente di altra ditta resa inoperativa (sempre riconducibile ad un altro cittadino cinese e con sede e luogo d’esercizio presso il medesimo indirizzo della ditta controllata), di cui utilizzava i mezzi e macchinari a titolo gratuito e con gli stessi clienti e fornitori.
Fatture fittizie
Ulteriori accertamenti permettevano di rilevare che la precedente ditta era gravata da numerose iscrizioni a ruolo da parte dell’Agenzia delle Entrate per imposte mai pagate dall’anno 2018 al 2023 per un totale di 150.000 euro e che la titolare era già stata denunciata all’Autorità Giudiziaria dai finanzieri di Busto Arsizio per annotazione di fatture per operazioni inesistenti relative all’anno 2021. Di fatto, emergeva che la Ditta controllata era subentrata in tutto e per tutto nell’attività di quella precedente al fine di eludere il pagamento delle imposte dovute e fruire delle agevolazioni riferibili alle nuove partite iva.
Il “nero” e i prestanome
Nello schema di frode, l’attività viene gestita da lavoratori o prestanomi, che, in apparenza, sono i titolari o i gestori dell’impresa. Questi lavoratori cinesi non hanno una vera responsabilità nella gestione economica o nelle decisioni aziendali. Sono scelti per coprire i veri proprietari, che possono essere imprenditori cinesi o altri soggetti legati a reti di evasione fiscale. In alcuni casi, queste persone possono essere pagate in nero, senza contratto di lavoro regolare, sfruttando la loro condizione di vulnerabilità per ottenere manodopera a basso costo e senza diritti.
