Lo psicodramma di Accam, il fallimento della politica

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Tra le mine innescate sotto le sedie (eufemismo) di sindaci e amministratori locali del Basso Varesotto e di parte dell’Alto Milanese c’è quella di Accam. La vicenda, meglio, lo psicodramma della gestione, del rilancio o dell’eventuale dismissione dell’impianto di termovalorizzazione dei rifiuti di Borsano, si trascina oramai da tre lustri, dal giorno in cui cominciarono i problemi economici e operativi, la cui soluzione è nelle mani dei 27 soci del consorzio, poi trasformato in società per azioni. Un disastro su tutta la linea, caratterizzata da soluzioni abbozzate e sempre rinviate, a testimonianza dell’incapacità della politica di fare rete. Ciascuno con i propri interessi da salvaguardare che, invece, dovrebbero convergere tutti in un’unica direzione o, meglio, in una decisione univoca, ma comunque una decisione che offra uno sbocco, in un senso o nell’altro. Scelte che presuppongono una assunzione di responsabilità e non i soliti, indecenti scaricabarile.

Al contrario stiamo appunto assistendo a uno psicodramma, dentro il quale si intrecciano situazioni di segno opposto, da quelle finanziarie fino alle questioni ambientali, tutt’altro che secondarie rispetto ai diritti alla salute delle popolazioni che abitano nei pressi dei forni di incenerimento. Diritti che una certa politica si incarica, a parole, di difendere in funzione del consenso, per poi brigare sottotraccia per rigenerare l’attività della struttura borsanese. In ballo ci sono milionate di euro di proprietà pubblica, soldi di tutti che rischiano di finire più o meno metaforicamente anch’essi inceneriti a causa della possibile, quanto probabile, implosione della società.

Il Comune più esposto è logicamente Busto Arsizio, che all’epoca della nascita di Accam si prese sulle spalle l’onere di ospitare i caminoni da cui non è mai uscito Chanel numero 5, ma sostanze inquinanti. Era un’altra epoca o, addirittura, un’altra era, con esigenze, istanze sociali e ideali capaci di unire 27 Comuni per una causa collettiva. Presupposti che oggi franano sotto i colpi della politica politicante, priva di personaggi che ragionino al di là dell’orticello di casa, che intravedano il futuro e non si arrocchino su se stessi per rastrellare qualche voto in più.

I guai di Accam sono anche e soprattutto tecnici e di sostenibilità finanziaria, insufficienti però a giustificare il fallimento di coloro i quali sono chiamati ad amministrare il territorio, E a fornire vie d’uscita che soddisfino tutti, non solo le casse municipali di questa città o di quel paese. Dopo quindici anni di improduttivo girarci attorno sarebbe anche arrivato il momento di porre fine a un simile, estenuante, persino stucchevole dibattito. Un “menare il torrone” che di sicuro non entusiasma la cittadinanza, concentrata su ben altri argomenti, ma ripropone in modo plastico come la nuova classe dirigente (una volta si diceva “il nuovo che avanza”) sia inadeguata a realizzare le famose sinergie di cui tanto si blatera e poco, molto poco, si concretizza. La storia di Accam, quanto meno fino a prova contraria, è un esempio negativissimo, che, assieme ai rifiuti, brucia la fiducia in chi ci governa. E una simile circostanza arreca più danni di centomila tonnellate di spazzatura incenerite a Borsano.

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