Caccia al voto per la presidenza FCI, ma intanto in Italia il ciclismo sprofonda

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Il ciclismo italiano è alla ricerca di nuovi campioni

di Claudio Ghisalberti

Belle parole, un po’ di buon senso, tanta demagogia. Sono le basi comuni dei programmi di Cordiano Dagnoni, Silvio Martinello e Daniela Isetti i tre candidati alla disperata caccia dei voti per la conquista della presidenza della Federazione ciclistica italiana. Si sentono chiamati a dare il loro contributo, quasi fosse un dovere o un’invocazione divina. Domenica 19 gennaio a Fiumicino le elezioni. 

SPROFONDO ITALIA 

Nessuno dei tre candidati, però, sembra avere in mano, o almeno in mente, soluzioni concrete. Idee, visioni e capacità di risollevare uno sport, da noi caduto in disgrazia, ma che fa parte anche della storia e della cultura del nostro Paese. Un movimento che, a livello agonistico, è finito ai margini: Jonathan Milan, 17°, primo italiano del ranking Uci, Longo Borghini 3a tra le donne; senza giovani di grandi prospettive; senza squadre di alto livello sia tra gli uomini, sia tra le donne. E a livello di manifestazioni non va meglio con il Giro d’Italia superato – tra le grandi corse a tappe – ormai da tempo dalla Vuelta Espana (il Tour è addirittura di un altro pianeta). Prendiamo il 2024: al Giro si sono presentati al via 6 corridori tra i primi 40 del ranking Uci, alla Vuelta dei primi 40 erano in 17 al via. Se poi ci si vuole togliere lo sfizio di fare una classifica tra tutte le corse a tappe in base al ranking dei partecipanti si nota che il Giro, a seconda degli anni, viaggia tra il 7° e il 9° posto. Per non parlare poi, di come è malvisto, e messo in pericolo, ormai il ciclista sulle strade. Uno sprofondo.

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Claudio Ghisalberti

I PROGRAMMI 

La grande “scoperta”, la genialata, che spunta nei programmi è che per cercare nuovi talenti bisogna portare il ciclismo nelle scuole. Poi bisogna lottare per avere più sicurezza sulle strade, migliorare la formazione e l’informazione, rendere questo sport più appetibile e moderno, sostenere la preparazione olimpica, aiutare anche economicamente le società di base… Si parla di trasparenza e sostenibilità. Infine l’idea è quella di sostenere i comitati provinciali e quelli regionali, che sono quelli che portano i voti. Però mancano le risposte a facili domande su questi bei progetti: Come fare? Con quali soldi? Con quali persone? Soprattutto, con quale credibilità si presentano al di fuori del loro piccolo mondo? Hanno le capacità di coinvolgere, di attrarre, di stimolare il mondo politico, economico e finanziario al fine di rilanciare questo sport? No, anche se mi piacerebbe avere torto ed essere smentito.

NUOVO O VECCHIO 

Oggi si parla tanto di “nuovo” ciclismo. Molti sostengono che sia del tutto diverso da quello “vecchio”, quello “dannato” degli anni Novanta e primi dieci-quindici anni del Duemila. La differenza la farebbe l’uso del doping: sistematico prima, scomparso oggi. Ammettiamo, per ipotesi, che questo sia vero anche se io la penso diversamente. 

Ebbene, nessuno dei candidati alla presidenza della Fci è una figura nuova di questo ambiente, anzi tutti e tre hanno una storia ultradecennale alle spalle. Pulita, certo, senza condanne o squalifiche. Però sono nati, cresciuti e diventati grandi in un ambiente dove il doping era la legge. Ma allora questo “nuovo” ciclismo, questo sport che ha un enorme bisogno di togliere la retromarcia e fare un grande scatto in avanti, può essere gestito, governato, guidato, da chi è nato, cresciuto e ha vissuto nel “vecchio” ciclismo? 

E se guardiamo nelle loro squadre chi troviamo? Molti nomi sono arcinoti. Qualcuno ha già fatto il giro delle sette chiese con il cappello in mano per proporsi e chiedere un ruolo. Vediamo l’esempio più clamoroso. Silvio Martinello, sconfitto quattro anni fa nel testa a testa con Cordiano Dagnoni, si propone con queste parole: “L’esperienza del 2021 mi ha fatto capire che il nostro movimento ha un grande desiderio di cambiamento. I numeri della scorsa assemblea lo testimoniano in modo chiaro”. Ebbene, l’ex campione olimpico (Atlanta 1996), considera una risorsa e ha al suo fianco quel Davide Cassani che nel ciclismo italiano alla deriva ha ricoperto già quasi tutti i ruoli: corridore, commissario tecnico, responsabile delle nazionali, commentatore Rai, opinionista Gazzetta, influencer, consulente, guida turistica al servizio di ministri e potenti, uomo immagine di diversi marchi (Enervit, Sidi, Kask), organizzatore… Persino presidente dell’Apt Servizi dell’Emilia Romagna. Il ciclismo italiano per provare a rinascere ne ha bisogno?  

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