Varese, torna il falò della Motta. L’appello dei Monelli: «Una ricerca sulla storia»

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Il falò di Sant'Antonio: un'antica tradizione di cui i Monelli vogliono ricostruire la storia

VARESE – È la tradizione per eccellenza dei varesini: il rito che apre simbolicamente l’anno e a cui non si può mai mancare. Il falò di Sant’Antonio è uno degli eventi più sentiti dalla comunità: un appuntamento che affonda le sue radici in un passato lontanissimo. Proprio per ricostruire l’affascinante storia di una vera e propria istituzione bosina i Monelli della Motta lanciano un appello agli studenti della città e all’Università dell’Insubria.

Secoli di storia

La “chiamata alle armi” arriva a una settimana esatta dall’edizione 2025 del falò, che si accenderà, come calendario comanda, la sera di giovedì 16 gennaio, alla vigilia della giornata – il 17 – in cui si celebra Sant’Antonio Abate. Alle 21 si scatenerà la potenza delle fiamme che avvolgeranno la catasta di legno, al termine della processione delle autorità con le torce che riscalderanno la fredda serata invernale. Si rinnoverà così un rito storico antico di secoli: la festa di Sant’Antonio è già citata in un documento del 1572 tra le “feste di voto et consuetudine in Varese”. Risale invece al 1619 il primo riferimento ai Monelli della Motta, di cui parlava il notaio e cronista varesino Giovanni Antonio Adamollo riportando come i monelli della contrada avessero contribuito, a mani nude, a scalzare pietre dalla Motta per portarle su carretti fino a San Vittore.

L’appello

L’epiteto affibbiato ai “discoli” della Motta è rimasto fino ad oggi a contraddistinguere il gruppo di volontari che anno dopo anno si prodigano nell’organizzazione del tradizionale evento. E che ora lanciano l’invito alla città, auspicando che a livello istituzionale ci possa essere una risposta. «Sarebbe molto interessante – sottolineano i Monelli – poter effettuare una ricerca approfondita sulla storia del falò, coinvolgendo giovani studenti che possano svolgere un lavoro di consultazione dei documenti storici presenti nella Biblioteca civica, negli archivi parrocchiali e all’Archivio di Stato, tra libri e articoli di giornale». Uno studio che – perché no – potrebbe trovare un valido alleato proprio nell’ateneo varesino, che tra i suoi centri speciali di ricerca ne può vantare anche uno dedicato proprio alle storie locali.

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