Caro presidente, eccole il nostro tesoro

varese lodi mattarella
Il presidente Sergio Mattarella sarà in visita ufficiale a Varese martedì 15 novembre

di Massimo Lodi

Caro presidente Mattarella,
lei non sa quanto ci gratifichi averla martedì prossimo fra di noi, qui a Varese. A incontrarla di persona saranno pochi, ma l’emozione l’avvertiranno molti. Anzi, crediamo di poterlo dire: tutti. In realtà presenti, pur se lontani, dalle cerimonie in programma all’Università dell’Insubria e al Palaghiaccio. Perché l’empatia corre oltre il recinto degl’inviti ufficiali, ed è qualcosa che lei, caro presidente, reca ogni istante con sé. E ne rappresenta il simbolo. E la sa distribuire. E ne fa il marchio d’una primazìa repubblicana di cui andiamo orgogliosi. Quante volte la sua corretta parola ha ovviato agli strafalcioni politici; quante volte la sua esperta avvedutezza ha prevalso sulle bizzarrie del momento; quante volte la sua strategica lungimiranza ha evitato al Paese di finire nel burrone. Lo impedirà anche nella fresca querelle coi francesi.

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Massimo Lodi

Non a caso le vogliono bene nonni, genitori, bambini. Ceti, classi, comunità le più diverse. Non a caso gode della popolarità degna d’uno storico monarca. Non a caso le si è implorato il bis di cui avrebbe volentieri fatto a meno. Ma il suo spirito di sacrificio, alla fine dello scorso gennaio, prevalse sulle aspettative personali dopo una vita passata al servizio delle istituzioni. Gesto di raro altruismo ovvero di rarissimo senso dello Stato. Grazie a lei, caro presidente, proprio l’idea di uno Stato amico resiste ai nemici della democrazia, che restano numerosi e spesso circolano/parlano/agiscono sotto mentite spoglie. E resiste la concezione d’italianità sopra le parti, trasversale, fraterna, amata: non è vero che ci ammalia solo in occasione di trionfi sportivi, è vero che ci mancano le occasioni per esserne incantati fuori dello sport. 

Undici anni fa il suo predecessore Giorgio Napolitano onorò Varese, rendendole visita nel centocinquantesimo dell’Unità d’Italia. Ne ricevette un abbraccio tanto caloroso da sorprenderlo: trovò singolare che il cuore della bosinità nordista battesse più forte di quello d’un napoletano innamorato del Sud. Forse all’eruzione d’armonia giovò il nostro primigénio garibaldinismo; forse la nostra nascosta, ma eduardiana allegria; forse le nostre antiche predilezioni verso coerenza, rettitudine, laboriosità. 

Quell’umore popolare, caro presidente, si è preservato da allora a oggi. Gliene consegnerà intatti il significato e la valenza, felice d’affidarli in mani sicure, il sindaco Galimberti, custode ligio di questo scrigno spirituale. L’abbraccio che le riserveremo vuol rappresentare un gesto di riconoscenza, l’invito a non lasciarci soli, la preghiera (proprio così: la laica, concreta, sentita preghiera) a procedere nell’impegno di coesione sociale che non ha eguali nella nazione. E al quale, noi che contiamo patriottici avi ai quali si deve questa nazione, teniamo più di qualunque altro tesoro.

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