RIMINI – Basket europeo e italiano cannibalizzato dai college americani? “Sì, ci siamo fatti trovare impreparati. Al più presto dovrà esserci una regolamentazione”. A dirlo è Massimo Cedro Galli, consulente di mercato, nonché (giova ricordarlo) l’allenatore che ha guidato la Pallacanestro Varese all’ultimo successo della sua storia (la vittoria della Supercoppa il 4 settembre 1999 contro la Virtus Bologna). E la Pallacanestro Varese di oggi? “Sta seguendo una strada nuova anche a livello di settore giovanile”.
L’Europa del basket si sta svuotando di giocatori davanti alle offerte dei college americani
E’ così. Non è solo una sensazione. Il dato numerico è impressionante.
Di quanti ragazzi stiamo parlando?
Lasciamo perdere i giocatori americani che sarebbero passaportabili in Italia per le loro origini. Parliamo di ragazzi italiani. Oggi in Ncaa ci sono circa 60 giocatori italiani. A vario livello (Division I, Division II, Division II, Junior College, Prep School, NAIA). Un numero elevatissimo, destinato ad alzarsi ancora.
E a livello europeo?
Solo quest’anno sono andati al college 240 giocatori europei.
L’Europa è diventata un continente per vecchi
E’ un dato di fatto. Il basket universitario americano ha svuotato tutti i migliori prodotti dei settori giovanili. Pensiamo a Sarr e a Lonati per l’Italia. Per rimanere a Varese Zhao. E l’anno prossimo è inevitabile che ci andranno Assui e Bergamin.
L’equazione buon giocatore europeo uguale buon giocatore al college non è scontata
Bisogna avere pazienza. Non è mai facile performare al primo anno negli Usa. Prendiamo il caso del nostro Dame Sarr: l’anno scorso giocava al Barcellona e ha esordito in Nazionale. Quest’anno sta facendo fatica a Duke. Stiamo parlando di un super college. Sarr è del 2006 e avrà un percorso di 2-3 anni prima di dichiararsi al draft NBA. Anche se le quotazioni lo danno in calo.
E l’Italia? Quali armi abbiamo opposto davanti all “invasione americana”?
Purtroppo ci siamo fatti trovare impreparati. Tutto il basket Fiba lo è. I tempi di reazione sono lenti e le politiche sportive sono poco lungimiranti di fronte a una invasione di soldi che attrae inevitabilmente i giocatori europei.
Uno scenario nuovo
Solo in parte. Per i ragazzi europei c’è sempre stata l’opportunità di andare nei college americani per fare sport. Penso al basket e al football in particolare. La novità dell’anno scorso è stata che i ragazzi possono guadagnare tanti soldi. Cosa addirittura proibita fino a poco tempo fa, in ossequio allo status da dilettanti puri che dovevano avere gli universitari americani. Pena squalifica. Adesso il tavolo si è ribaltato.
E allora, che fare?
Bisogna assolutamente scrivere dei regolamenti. E’ una cosa urgente per il basket europeo. Occorre che il mondo Fiba e quello NCAA si parlino in nome di regole comuni. Senza entrare nei dettagli, in questo momento non esiste una giurisprudenza che tuteli i club europei in caso di passaggio di un giocatore al di là dell’oceano. Perché, ricordiamolo, ufficialmente il ragazzo va di là per studiare, non per giocare a basket. Il mercato europeo rischia di svuotarsi completamente alla base. Non abbiamo strumenti per proteggerci.
E i giocatori che esauriscono il ciclo universitario?
Ecco, questa invece diventa una opportunità per il basket Fiba. Quest’anno in NCAA ci sono 132 giocatori europei che sono senior e che dovrebbero teoricamente aver esaurito il ciclo universitario. Stiamo parlando di 19 inglesi, 11 francesi e 4 italiani all’ultimo anno universitario.
Parliamo anche di parametri economici
Ci sono college che hanno a disposizione 20 milioni di dollari per fare la squadra. Tanti quanti un club di Eurolega. Di cosa stiamo parlando?
E per i giocatori?
Difficile dare un parametro generale. Parliamo di borse da centinaia di migliaia di dollari. Una media dei possibili guadagni? Diciamo dieci volte più di quello che un giocatore guadagna in Europa. Quindi nessuna sorpresa se Assui decide di andare in NCAA.
Durerà?
Dubito. Vedendo anche le reazioni negli Stati Uniti. Non a caso santoni come Pitino e Calipari sono in disaccordo con il ribaltamento dello spirito universitario. Finchè non cambierà qualcosa in America ci sarà l’invasione di giocatori europei. Poi solo 2 o 3 andranno in NBA. Tra l’altro al college gli europei stanno togliendo il posto in squadra a ragazzi americani. Fattore sensibile per l’attuale politica americana protezionistica (pensiamo ai dazi). Però quello che può succedere negli Stati Uniti è imprevedibile. Oggi più che mai.
Domanda delle cento pistole: per un club vale ancora la pena investire sul settore giovanile?
E’ un momento molto difficile. Tra svincolo e NIL (acronimo che sta per Name, Image and Likeness, ovvero la normativa della NCAA che permette agli atleti universitari di guadagnare denaro sfruttando la propria popolarità) un club rischia di lottare a mani nude e di non vedere protetti i propri investimenti. In attesa di una regolamentazione, dal punto di vista tecnico ed economico tra i due mondi, che dovrà esserci per forza. Malgrado tutto, io però rispondo sì.
Per quale motivo?
Ne cito tre. Il primo: per stare vicino al territorio e ai ragazzi della zona. Il secondo: perché ci sono giocatori di oggi che un domani faranno altre cose e che contribuiranno ad alimentare l’ambiente del basket (per esempio diventando dirigenti, allenatori, arbitri, giornalisti, ecc…).
E il terzo?
Le società dovranno pensare a qualcosa di diverso. Il reclutamento andrà fatto in maniera più attenta dal punto di vista qualitativo. Proteggendosi con scritture private.
E’ la strada intrapresa a Varese da Scola
Sì, certamente. Lo riconosco. Anche se voglio raccontare una cosa un po’ strana.
Prego
Per qualche motivo bizzarro, secondo la mia esperienza, i giocatori di alto livello usciti da Varese sono quelli nati e cresciuti a Varese. Non quelli reclutati da fuori. Da Andrea Meneghin, a Giadini, Allegretti, Gergati, fino ad arrivare a Librizzi e Assui. E in Serie A sono arrivati Parravicini e, dalla sponda Robur, Calzavara e Piccoli. Quando a Varese c’ero io lavoravamo soprattutto sul territorio per reclutare e sviluppare i giocatori locali: per esempio ricordo Mariani e Conti.
Scola però sta facendo reclutamento anche all’estero
Assolutamente sì e questo coincide con il terzo punto del ragionamento sullo sviluppo qualitativo dei settori giovanili. Tra l’altro sono tutti giocatori di grande qualità: Prato, Basualdo e Kangur. Anche se poi venerdì sera a Tortona, nel match di Serie B, mi ha colpito soprattutto Martino Risi, che è un ragazzo di Saronno.
Cedro Galli presente anche come commentatore alla Next Gen di Rimini. E che aveva vinto due scudettini a fine anni ’90. Com’è cambiato il modo di fare basket giovanile?
Dopo 25 anni il basket è cambiato completamente. Alla Next Gen di Rimini ho visto una pallacanestro con una grande dose di velocità ed atletismo. Conditio sine qua non per giocare ad alto livello. Quelli che sono giocatori solo tecnici fanno molta più fatica.
Infine un pensiero sulla Openjobmetis dopo aver assistito dagli spalti a Varese-Venezia
Partita incredibile. E a memoria non ne ricordo una con una simile altalena di punteggi e con tanti up&down. Questo è il modo di giocare dei biancorossi. Brava Venezia a sfruttare il calo delle percentuali offensive della Openjobmetis e a ritornare in partita. Varese però mi ha impressionato perché ha mollato dietro. Cioè puoi non fare canestro, ma da una squadra di Kastritis mi aspetto sempre una grande applicazione difensiva. E questo aspetto è stato determinante per la sconfitta.
I gioielli di Varese Basketball: brillano Basualdo, Kangur, Prato e Risi
