di Massimo Lodi
Alla Meloni non sarebbe potuta andar meglio. Il centrodestra stravince in Lombardia e Lazio, si conferma in una regione e ne conquista un’altra, cavalca l’onda favorevole delle politiche 2022. Per i suoi meriti, per i demeriti degli avversari. I suoi meriti: rappresentare un’opinione pubblica anche di centro, il conservatorismo sia radicale sia moderato, i delusi dal naufragio liberal-riformista della sinistra. I demeriti degli avversari: aver corso divisi, esser lontani dai problemi quotidiani/veri della gente, non disporre né d’un grande partito di riferimento né d’un grande leader di coalizione né d’uno straccio di visione strategica.
Il verdetto consegna alla premier un prosieguo di legislatura senza insidie dalle opposizioni. Dovrebbero riunirsi e alzare il cartello unitario d’una qualche credibilità: ipotesi irreale, visto il disastro di alleanze (in Lombardia) e non alleanze (nel Lazio). Cinquestelle e Pd non quagliano né quaglieranno. E il Terzo polo, allo stato dell’arte, dà la sensazione d’essere un inutile incomodo anziché un utile partner. Dunque bisogna ricostruire. Per riuscirci occorreranno anni, non mesi. Primo step, le europee 2024: lì si vedrà se ci sono progressi o se continuerà a esserci il nulla. E soprattutto se il Pd, buttati via cinque mesi alla ricerca del nuovo segretario, tornerà a cogliere quell’umore popolare di cui ha smarrito da tempo la percezione. Ha molti bravi sindaci, si affidi alla loro sensibilità territoriale.

Gli eventuali antagonisti della Meloni sono dentro l’alleanza che la sostiene. Lo ha dimostrato domenica scorsa, a urne aperte, Berlusconi nello sgangherato attacco a Zelensky, forse immaginando d’erodere una demagogica manciata di voti a Fratelli d’Italia e Lega. Ecco, la Lega. Giova alla presidente del Consiglio averla battuta, ma non umiliata a casa sua. Significa consolidare l’asse con Salvini, depotenziarne l’istinto competitivo, persuaderlo alla rotta di navigazione antiputiniana in politica estera, a lui talvolta invisa. Il leader di Forza Italia si farà una ragione di quest’intesa nell’intesa: avrebbe potuto rivestire il ruolo di padre nobile, s’è scelto la parte di guastatore mobile, sbagliando tempi e modi di un’entrata in scena (di un’incursione) dopo l’altra. Ne pagherà le conseguenze, a differenza del governo nel suo insieme, che esce rinsaldato dalle regionali, pur se l’astensionismo di massa costituisce un problema di tutti. Di chi ha perso, di chi ha vinto. Se in sei su dieci rinunciano all’esercizio della democrazia, è l’intera Repubblica a rischiare l’infermità istituzionale. Il peggiore dei mali.
