DAIRAGO – Pubblichiamo ampia parte della “lettera aperta ai cittadini, alle istituzioni e a chi crede ancora nel significato delle parole” ricevuta da un nostro lettore sul rimpasto in giunta a Dairago.
Viviamo giorni strani. In un’epoca in cui le parole vengono manipolate fino a perdere il senso, non sorprende che un cacciatore venga nominato assessore all’ambiente. E poiché conosco personalmente il neo-nominato – persona con cui ho condiviso sguardi, parole e incontri – mi sento ancor più legittimato a scrivere. Perché non è l’uomo che giudico, ma il simbolo che ora incarna.
Un cacciatore può essere un bravo padre, un lavoratore coscienzioso, un cittadino rispettabile. Ma è – per definizione – portatore di una sensibilità predatoria. E questa sensibilità non è compatibile con il concetto di tutela dell’ambiente. Non si può affidare un orto a chi ama strappare le radici. Non si può nominare un piromane comandante dei vigili del fuoco, o un ladro direttore di banca con la scusa che “conosce il sistema”. Eppure, è ciò che abbiamo fatto.
Il territorio come un’arena
Si dice che i cacciatori conoscono il territorio. Vero. Lo conoscono come il cliente abituale conosce il menù. Ma la familiarità non genera necessariamente amore. Un conto è abitare un luogo, un altro è rispettarlo. Soprattutto quando lo si frequenta con una cartucciera alla vita e un mirino telescopico sul mondo. Il bosco, in questa narrazione, non è più un organismo vivente ma un’arena. Una scenografia per il rito antico della supremazia armata. Ed è proprio lì, in quella narrazione, che si nasconde il vero problema: la caccia non è una questione di gestione faunistica, ma di rappresentazione culturale. E allora mettiamo le cose in chiaro: la caccia non è uno sport, se mai lo è stata.
Non c’è nulla di sportivo nell’attendere all’alba, nascosti dietro una siepe, che un capriolo si avvicini fiducioso a un punto di foraggiamento artificiale. Lo si è attirato lì con mais e sale. Lo si è nutrito per mesi. E poi, nel silenzio, si preme il grilletto. Un colpo secco. L’animale si accascia, senza comprendere perché il mondo, improvvisamente, si sia svuotato di luce. Non c’è gioco. C’è solo crudeltà. Una crudeltà elegante, a volte marchiata Barbour, regolamentata, autorizzata. Ma pur sempre crudeltà.
Un business nocivo per tutti
È una forma avanzata di manipolazione ambientale, e spesso anche economica, visto che molti animali abbattuti provengono da allevamenti e vengono immessi nell’ambiente solo per alimentare il ciclo della caccia stessa. E non è solo una questione etica. È una questione ecologica, di sicurezza, e di salute pubblica. Secondo l’Associazione Vittime della Caccia, solo nella stagione 2022-2023 ci sono stati oltre 80 incidenti, di cui 20 mortali. In molti casi, le vittime non erano cacciatori, ma escursionisti, agricoltori, corridori, cittadini qualunque, trovatisi accidentalmente nel mirino. Si è sparato in prossimità di case, scuole, strade. La caccia è, nei fatti, una deroga alla convivenza civile.
Tonnellate di piombo vengono scaricate ogni anno nei campi, nei boschi, nei corsi d’acqua. Secondo Ispra e BirdLife Europe, oltre un milione di uccelli muoiono ogni anno in Europa per avvelenamento da piombo. Una pratica che, in molti altri ambiti, sarebbe vietata per legge: ma evidentemente, nella caccia, l’inquinamento ha ottenuto una licenza poetica. Eppure, come si dice, forse non tutto il male viene per nuocere. Forse questa nomina, così assurda da sembrare uscita da una distopia burocratica, può essere l’occasione per un cambio di paradigma. Forse, per chi oggi accetta questo ruolo, è il momento di una scelta: la doppietta o l’ambiente. L’odore della polvere da sparo o quello del muschio dopo la pioggia. La passione per il bersaglio o quella per l’ecosistema. Insomma, l’assessore all’ambiente o il cacciatore. E se quella doppietta, o quell’arco, o quelle frecce, venissero davvero appesi al chiodo, se questo incarico istituzionale diventasse l’occasione per un’autentica svolta culturale, allora sì: quella che oggi appare come una stortura potrebbe rivelarsi un gesto epico di cambiamento. Una rinuncia che diventerebbe simbolo.
O l’uno, o l’altro
Ma non si possono avere entrambe le cose. Non si può proteggere ciò che si mira. Non si può rappresentare il vivente se si coltiva l’abitudine a sopprimerlo. Chi tutela l’ambiente dovrebbe provare empatia per ciò che vive. Dovrebbe amare la complessità dei sistemi naturali, non ridurli a cifre in un piano di abbattimento. E allora questa lettera è una critica, sì. È anche una richiesta. Ma non è un attacco personale. È un atto di difesa semantica, prima ancora che ecologica. Perché quando la parola “ambiente” viene snaturata, svuotata, piegata, tutto il nostro immaginario collettivo si ammala. E le istituzioni perdono il loro volto, trasformandosi in maschere grottesche del potere disattento. Perché amare l’ambiente non significa volerlo gestire con un fucile a tracolla.
Questa lettera esprime un’opinione personale, nei limiti del diritto di critica riconosciuto dalla Costituzione e dalla giurisprudenza. Ogni riferimento è da intendersi come generale, simbolico o legato alla funzione pubblica e non a persone fisiche. Non vi è intento diffamatorio né accusa personale, ma solo riflessione civile, culturale e politica su un tema di rilevanza pubblica.
Con determinazione,
Marco Colombo
Dairago, altro addio alla giunta a un anno dal voto. Dopo Brumana, lascia Broggi
