VARESE – Non solo luogo di punizione ma anche di cambiamento: attraverso l’arte e il design la Casa circondariale dei Miogni riflette sulla sua funzione. “Luce vera” è il titolo dell’installazione inaugurata questa mattina, venerdì 26 settembre (qui sotto il video), nell’ambito della Varese Design Week che per questa edizione 2025 ha scelto come tema il concetto della “Gabbia”, intesa non solo come spazio architettonico ma anche come metafora della libertà intellettuale e personale.
La gabbia e il carcere
Un tema che oltre ad essere stato declinato nelle installazioni aperte ieri in centro abbraccia dunque anche l’istituto penitenziario varesino, che ha aderito all’invito a partecipare lanciato dalle organizzatrici Nicoletta Romano e Silvana Barbato. È stata così realizzata all’interno del carcere un’installazione dal titolo “Luce Vera”, creata da alcuni detenuti guidati dalla volontaria Rita Brunati. All’inaugurazione hanno partecipato anche il prefetto Salvatore Pasquariello e Luigi Palmiero del Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria della Lombardia, accolti dalla direttrice Carla Santandrea.
L’opera in una cella
L’opera, realizzata con un materiale semplice come la carta, è stata allestita all’ interno di una cella ed esplora il concetto di prigionia sia fisica che psicologica. La gabbia è rappresentata dalle sbarre, mentre la luce vera che filtra attraverso rivela un’altra realtà. Non appena la giusta angolazione o l’intensità della luce è presente le ombre proiettate non sono più semplici forme scure che potrebbero spaventare, ma diventano figure umane. Questo suggerisce che le persone imprigionate non sono solo notizie di cronaca, fogli di burocrazia, atti amministrativi, cioè i materiali di cui è composta l’opera, ma “Luce Vera”. Occorre dunque guardare questa gabbia con luce vera perché diventi un luogo non solo di punizione ma di cambiamento.
Il lavoro durante e dopo il carcere
All’inaugurazione dell’opera si è affiancato un momento di confronto con l’amministratore delegato di Eolo Luca Spada, che ha raccontato ai detenuti l’esperienza della sua azienda che fin dal 2021 si occupa di inserimento lavorativo di persone ristrette in carcere. «Abbiamo iniziato nel 2021 a Bollate – ha raccontato – da allora siamo passati dal primo test di 3 detenuti a circa 40. Un anno e mezzo fa abbiamo avviato un esperimento fotocopia a Vigevano dove siamo arrivati già a 10 persone impiegate». Ha poi ricordato la legge Smuraglia che garantisce benefici per le imprese che assumono detenuti con credito di imposta e riduzioni di aliquote contributive. «Mi piacerebbe dare un buon esempio ad altri imprenditori: è un’operazione che si può fare, non solo per filantropia ma anche per i benefici economici importanti che durano nel tempo. Qui abbiamo anche un beneficio di qualità del servizio molto importante perché la qualità erogata dai detenuti è maggiore del nostro call center di Busto Arsizio. Per un detenuto le ore di lavoro sono la parte migliore della giornata e c’è grande passione e impegno». E ha citato il caso emblematico di Gianni, che dopo 22 anni di detenzione, di cui gli ultimi 3 trascorsi lavorando per Eolo, a fine pena è stato assunto presso il call center di Busto e ora si occupa di formazione proprio per i detenuti.

La testimonianza
Parole che hanno fatto da spunto per la testimonianza di un detenuto semilibero del carcere di Varese. «Sono qui da 29 anni – ha detto – e sono un esempio di reinserimento. Non pensavo di poterci riuscire: lavoro nel campo della ristorazione. Sono importanti questi incontri perché bisogna creare un ponte con l’esterno e scommettere su queste persone che possono essere reinserite in società». Quindi ha raccontato la sua storia personale. «Sono cresciuto in un ambiente difficile e ho fatto reati gravissimi. Nei primi anni di detenzione mai avrei pensato di trovarmi a parlare qui con voi adesso in questo modo. Ma si può cambiare negli atteggiamenti e con l’impegno. Io mi sento rinato, lavoro in una cooperativa con ragazzi disabili, sono stato formato per poter interagire con loro grazie a educatori di altri istituti che hanno creduto in me. Bisogna avere fiducia e dimostrare di essere una persona nuova». A chiudere l’incontro il prefetto Salvatore Pasquariello che ha ricordato il lavoro svolto dalla Prefettura e dalle istituzioni locali, con due convegni promossi negli scorsi anni sul territorio e la sottoscrizione di un protocollo per favore il reinserimento lavorativo.
Varese, il futuro dopo il carcere: il lavoro come via maestra per detenuti e immigrati
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