ELEZIONI AMERICANE 2020 I tre Stati di Trump in cui non può sbagliare

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Dopo mesi di galleggiamento e di resistenza nei sondaggi, Trump ora sembra affondare. La Cnn ha pubblicato un sondaggio che vede il Presidente in svantaggio rispetto a Joe Biden di 14 punti percentuali. Se così fosse Trump non avrebbe più alcuna chance di rimanere alla Casa Bianca il prossimo mese di novembre.
Per la verità, leggendo i dati relativi ai c.d. Swing State, la situazione per Trump sembrerebbe meno drammatica. Infatti secondo gli analisti, anche di parte democratica, Trump nei prossimi mesi può solo aumentare il consenso. Placate parzialmente le proteste e le rivolte dovute alla morte tragica di George Floyd, Trump ha deciso di riprendere con forza la sua campagna elettorale. Nella giornata di martedì 9 giugno, dopo l’ennesimo sondaggio che lo vedeva fortemente in svantaggio da Joe Biden, ha annunciato una serie di incontri pubblici con i suoi sostenitori. Tutti ora attendono una reazione rabbiosa e muscolare nei prossimi mesi estivi.
Trump ha segnato in rosso tre Stati dove non può perdere.

PENNSYLVANIA 

Il primo è la Pennsylvania, uno Stato simbolo per ogni elezioni presidenziale, incastonata tra il produttivo Ohio e il popoloso Stato di New York, è il crocevia tra gli stati del Sud e gli Stati del New England. La Pennsylvania con i suoi 20 grandi elettori è essenziale per Trump. Lì non può davvero fallire. Nel 2016 riuscì a vincere grazie all’appoggio dei sindacati e delle tute blu. Riuscì ad incanalare la delusione per il sogno mancato di Barack Obama. Vinse con 80 mila voti di scarto su Hilary Clinton, che fece una campagna faraonica proprio a Philadelphia e dintorni, ma dimenticò le aree rurali occidentali al confine con l’Ohio. Trump si aggiudicò sia l’Ohio che la Pennsylvania (38 grandi elettori), grazie al voto dei sobborghi e delle aree rurali, voti che oggi però potrebbero venire meno se la crisi occupazionale dovesse moderare ulteriormente.

FLORIDA

Altro fronte caldo, che Trump vuole disinnescare velocemente, riguarda la Florida. Stato da sempre in bilico. Anche qui Donald Trump non può permettersi di fare a meno dei 29 grandi elettori che questo Stato assegna. Qui la strategia è molto più articolata, infatti se non si riuscirà ad organizzare la convention repubblicana a Charlotte, in North Carolina, a fine agosto, l’idea potrebbe essere quella di tenerla a Tampa nel cuore della Florida. Questa ipotesi darebbe grandissima visibilità e slancio a Trump proprio in uno Stato chiave per la sua rielezione, inoltre, a dargli una mano potrebbe esserci anche il suo fedelissimo Ron DeSantis, governatore della Florida, repubblicano ed ex militare pluridecorato, che gode di buoni sondaggi in Florida.

NORTH CAROLINA

Terzo grattacapo che Trump deve velocemente risolvere si trova in North Carolina. Qui i sondaggi vedono in leggerissimo vantaggio Donald Trump, la necessità dei repubblicani è quella di arrivare a novembre senza sorprese. L’aiuto potrebbe arrivare da due senatori: il primo è Thom Tillis, che quest’anno corre una partita decisiva per la sua rielezione al Congresso e sta investendo milioni di dollari per difendere un seggio chiave per la maggioranza repubblicana al Senato. Il suo impegno potrebbe giovare anche al Tycoon. L’altro jolly, che Trump potrebbe giocare, è la figura del senatore afroamericano Tim Scott. Convinto conservatore ma uomo apprezzato da tutto il Congresso, proprio a lui, il Gop ha affidato la scorsa settimana l’incarico di proporre un’importante riforma della Polizia a seguito della morte di George Floyd. Tim Scott arriva dalla vicina South Carolina e potrebbe, con la sua proposta di legge, per imbrigliare, regolamentare e riformare i protocolli di polizia, dare un mano proprio in quegli Stati, come il North Carolina e Georgia, dove Trump ha bisogno assolutamente di un risultato positivo. La figura di Tim Scott sembra anche la miglior carta in mano repubblicana per svelenire le tensioni dovute alle proteste antirazziali delle scorse settimane e riavvicinare una fetta dell’elettorato afroamericano.

LA GUERRA ICONOCLASTICA 3.0.

La morte di George Floyd, ha riaperto il dibattito sulla rivisitazione storica dei quei personaggi che nel bene o nel male hanno fatto la storia degli Stati Uniti d’America. Dopo le  proteste, dopo le rivolte per le strade, dopo i saccheggi e le devastazioni, si è arrivati alla battaglia “iconoclastica” sulle statue di coloro, che secondo una certe retorica del politicamente corretto a tutti i costi, vorrebbe l’abbattimento e la cancellazione di qualsiasi immagine che raffiguri personaggi storici legati in qualche modo alla discriminazione razziale. Non solo statue ma anche film immagini, toponomastica ecc ecc.
In questa settimana, a farne le spese molte statue di Cristoforo Colombo che sono state decapitate. Il nostro illustre connazionale, simbolo degli italiani in America, è colpevole del genocidio degli indiani, secondo quanto sostengono questi gruppi. Nulla di più impreciso e parziale, ma la guerra iconoclastica dal sapore medievale non guarda in faccia nessuno e ha raggiunto anche il vecchio continente, portando al paradosso tutto inglese, dove alcuni gruppi hanno chiesto di abbattere e rimuovere le statue dedicate a Sir Winston Churchill, che salvò il mondo dall’egemonia nazista, ma colpevole di un passato coloniale.
Tutte azioni che paradossalmente offuscano il sano movimento di indignazione e di memoria per la morte ingiusta e assurda del 46enne di Minneapolis George Floyd.

Giacomo Iametti

Lo speciale Elezioni Americane 2020 ci accompagnerà fino al prossimo 3 novembre, giorno delle 59esime elezioni presidenziali nella storia degli Stati Uniti. Si tratta di un appuntamento settimanale a cura di Giacomo Iametti e Simone Cecere, creatori della pagina Instagram Elezioni Americane 2020 (CLICCA QUI per accedere), una striscia quotidiana di poco più di un minuto in cui, attraverso Stories, sondaggi, grafici e approfondimenti, viene raccontato tutto ciò che succede Oltreoceano nella corsa alla Casa Bianca.