Elezioni in provincia di Varese, quando l’antipolitica perde

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Bisognerebbe essere dentro le “segrete cose” dei sette comuni e comunelli della provincia di Varese chiamati alle urne per commentare in modo esaustivo l’esito del parzialissimo voto amministrativo. Nessuno di noi è in tali condizioni di onniscienza per capire e, se possibile, spiegare tutte le scelte di un elettorato che, seppure risicato nei numeri (ha votato soltanto il 51 per cento degli aventi diritto), si è mosso soprattutto sulla base di parametri locali, che tengono conto di aspetti che vanno al di là di considerazioni più generali, espressamente politiche.

Eppure, “leggendo” i risultati di Lonate Pozzolo e Jerago con Orago, possiamo dedurre che non soltanto l’adesione ai singoli candidati o, per essere più espliciti, le simpatie o le antipatie personali hanno influenzato gli elettori. Hanno avuto peso anche i simboli dei partiti, nella fattispecie quelli di centrodestra, in scia alle tendenze nazionali che gratificano Giorgia Meloni e compagnia cantante. Non si spiegherebbe altrimenti l’avanzata del candidato Marino di Fratelli d’Italia a Jerago rispetto a un avversario che portava in dote cinque anni di gestione amministrativa, e, non solo per questo, dato vincitore a mani basse. Ha vinto, ma con uno scarto minimo (52 % contro 48 %), impensabile alla vigilia della consultazione. Salvatore Marino ha avuto l’appoggio di tutta la coalizione di centrodestra, palesata nel logo con i simboli dei diversi gruppi della coalizione, così che Emilio Aliverti, suo avversario di una lista civica, ha penato parecchio per ufficializzare la riconferma. Di più, da Jerago con Orago si viene a sapere che nel seggio a cui hanno fatto riferimento numerosi neo residenti, il candidato di centrodestra ha sorpassato il sindaco uscente. A conferma che i simboli hanno avuto la loro importanza condizionante per un motivo semplice: hanno fatto premio sulla conoscenza personale dei candidati.

Lonate Pozzolo non è un caso a parte. Nadia Rosa, la sindaca uscente sconfitta dal centrodestra, si presentava in una lista civica però dirimpettaia del centrosinistra e del Partito democratico. Priva di segni identificativi ha pagato pegno a Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Certo, nel conto bisogna mettere cinque anni di amministrazione non sempre al massimo, di scarsa empatia con i cittadini. Ma l’avanzata impetuosa della lista che ha proposto Elena Carraro sindaco non è mai stata seriamente presa in considerazione, anche alla luce delle polemiche che hanno caratterizzato la campagna elettorale e che hanno colpito proprio il centrodestra. Che invece ha sparigliato. A differenza di Venegono Superiore dove, al contrario, ha ceduto di schianto alla sinistra. Forse l’eccezione che conferma la regola?

Tutto ciò per dire che in qualche modo i partiti hanno pur sempre il loro appeal rispetto all’onda delle liste civiche, dentro le quali si sono mimetizzati molti candidati dall’appartenenza politica indiscutibile, ma pronti a tenersi sottotraccia per le più disparate ragioni, forse anche per pavidità. Poi, è vero, le considerazioni in una elezione amministrativa devono necessariamente prendere in esame le questioni locali, comune per comune, addirittura quartiere per quartiere, candidato per candidato. Ma non sempre sono aspetti determinanti per vincere una consultazione. Come non sempre lo sono le liste civiche, le quali, nate in ossequio all’antipolitica, a volte si rivelano un boomerang, o quasi.

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