GALLARATE – Oggi pomeriggio, 7 novembre (ore 17 al Teatro del Popolo di via Palestro) nell’ambito della rassegna “Aspettando Duemilalibri”, Matteo Scaltritti presenta “L’opera celata. Il dipinto di Alessandro Pandolfi nella ex Casa del Fascio di Gallarate”. L’autore, architetto protagonista del progetto di ristrutturazione di Palazzo Minoletti, accende una luce su una parte controversa del patrimonio artistico cittadino su cui ora la sezione di Gallarate dell’Associazione Mazziniana Italiana prende ufficialmente posizione: «L’affresco non è in un qualsiasi edificio pubblico: Questo comporta una particolare attenzione alla contestualizzazione storica dell’opera con anche una adeguata presentazione del suo significato».
Il recupero dell’affresco
Sul recupero dell’affresco – da 70 anni coperto da uno strato di vernice – se ne parla da anni. Palazzo Minoletti era la Casa del Fascio e, come tale, nel grande salone con vetrate 80 metri quadrati di parete erano affrescati da una grande composizione allegorica, “La Gloria”, compiuta da Alessandro Pandolfi nel 1940, che ritrae il duce a cavallo. Ora Scaltritti alza il velo con uno studio accurato sull’opera e con una proposta chiara: scoprire l’opera, ricontestualizzarla, darle un nuovo significato.
La nota integrale
Di seguito la nota integrale diramata da Angelo Bruno Protasoni per conto dell’Associazione Mazziniana Italiana:
Nella seconda metà del secolo scorso la città di Gallarate ha fatto fatica a fare i conti con la propria storia.
Per cinquant’anni ha preferito coprire tutto con un velo che si riteneva opportuno (e, per certi versi, anche necessario e pietoso).
Nei primi anni del dopoguerra, ancora negli anni ’40, c’era stata l’Amministrazione della Liberazione, quella di Luigi Fabbrini, sostenuta da tutte le forze politiche antifasciste, e poi una seconda Giunta, in rappresentanza di una sorta di “Fronte Popolare allargato”, sostenuta del Socialisti, Comunisti, Azionisti e Repubblicani con Sindaco Francesco Buffoni.
Sono stati gli anni della ricostruzione in una situazione di emergenza,
Dagli anni ’50 in poi, e fino al 1975, abbiamo avuto amministrazioni con Sindaci democristiani alle prese con i problemi dello sviluppo impetuoso della città industriale, e con le prime due grandi ondate migratorie dal Veneto e dal Meridione.
Dal ’75 alla fine del secolo abbiamo poi cercato di gestire una trasformazione derivante dal progressivo declino dell’industria, che si cercava di arginare con uno sviluppo dei servizi.
In questo clima, con queste evidenti priorità, non c’è stato tanto tempo – né molto interesse -per lo studio e il recupero della nostra Storia, non solo quella ancora scottante della prima parte del ‘900 (con amministrazioni democratiche, socialiste, fasciste e antifasciste) ma anche quella di tutto il secolo precedente, Risorgimento compreso.
Se andiamo a sfogliare i bollettini della Società Gallaratese degli Studi Patri pubblicati nella seconda metà del ‘900 ce ne rendiamo conto.
C’erano altre priorità, ma c’era anche la comprensibile necessità, relativamente ai primi cinquant’anni del secolo, di lasciar decantare una memoria che, per molti versi, era meglio lasciare coperta.
Gallarate, in fondo, era ancora un “paesone” dove ci si conosceva tutti – a parte la massa dei nuovi immigrati – e dove era meglio non andare a tirar fuori quello che era rimasto in tanti armadi che erano stati chiusi il 26 aprile del 1945.
Diversi fascisti della prima ora si erano progressivamente allontanati dal regime già negli anni più bui ed erano tornati ad esercitare nei negozi, nelle fabbriche e negli studi professionali.
Solo i più esaltati erano rimasti fino all’ultimo; alcuni – pochi – avevano pagato con la vita e quasi tutti gli altri, amnistiati, avevano spesso preferito trasferirsi, a volte recuperando cariche nella pubblica amministrazione, o nella pubblica sicurezza, in altre città.
Così tutto è rimasto sotto un velo per cinquant’anni
Pensiamo alle tragiche vicende di Clara Pirani Cardosi e di Lotte Froelich Mazzucchelli.
La prima era la moglie del preside della più prestigiosa scuola superiore di Gallarate.
Eppure in quel Liceo, per cinquant’anni, nessuno ha mai tirato fuori quel “problema nascosto”, quello della moglie del Preside arrestata proprio di fronte alla scuola e portata in un campo di sterminio solo perché era nata ebrea.
A chi frequentava quella scuola nessuno lo diceva, in quegli anni. Tutto sotto un velo.
E così per Lotte, nonostante fosse stata la moglie di un avvocato socialista, amministratore comunale nel dopoguerra.
Anche nel suo caso, tutto sotto un velo per cinquant’anni.
Ma questo vale anche per altre memorie storiche cittadine, più antiche.
Si pensi, per esempio, al Sipario Risorgimentale del Teatro Condominio, non solo di grande valore storico ma anche artistico, considerando l’attribuzione all’Induno.
Un sipario che era rimasto abbandonato in condizioni pietose per decenni in Palazzo Broletto, nell’assoluto disinteresse di chi aveva il compito e la responsabilità di curane la conservazione.
Una tela che il FAI aveva meritoriamente recuperato e messo in sicurezza con la collaborazione della Amministrazione Guenzani ma che adesso, da dieci anni, giace nuovamente in un corridoio, questa volta nel deposito della ex Galleria d’arte di Viale Milano.
A nostro avviso le due questioni – sipario e affresco – viaggiano in parallelo.
Ma questo vale anche per il Cimitero Monumentale del Boito e per una serie di monumenti storici e artistici che all’interno del camposanto giacciono in deplorevole stato di abbandono.
E così per tante altre memorie che sarebbe lungo citare; perfino i documenti del Comitato di Liberazione Nazionale di Gallarate non erano mai stati consegnati all’Archivio Nazionale, e così le carte delle Brigate Nere.
Solo l’impegno del compianto Direttore della Biblioteca, Giovanni Mariani, ha permesso il successivo recupero di alcuni di quei documenti, che erano stati custoditi dall’ex Sindaco Pasta ma che erano solo una parte di un ben più vasto archivio in gran parte disperso (o fatto sparire) e che nessuno ha mai cercato di ritrovare e restituire alla nostra Storia.
E’ in questo quadro che si colloca la vicenda dell’affresco rimasto celato all’interno del salone di rappresentanza di Palazzo Minoletti, sotto uno strato di calce, per più di 80 anni.
Celato quando il palazzo era diventato Casa Matteotti, quando fu utilizzato come sede di una cooperativa popolare di consumo, quando – passato allo Stato – divenne Ufficio Postale e poi Ufficio del Dazio e delle Imposte, prima di ritornare proprietà del Comune.
Noi crediamo che nessun appassionato di storia possa accettare che una qualsiasi forme di “damnatio memoriae”, comunque giustificata, possa comportare la cancellazione perpetua di una memoria storica.
Noi pensiamo quindi che, così come per altre componenti del patrimonio storico comunale, dovrà arrivare anche il momento di un recupero dell’affresco.
Al di là di questo particolare, noi crediamo che ci debba comunque essere, relativamente a questa specifica iniziativa, tutta una serie di approfondite considerazioni preliminari che sono assolutamente necessarie: sui tempi, sulle modalità, sulla finalità, sulla compatibilità rispetto all’uso dell’immobile, sulla contestualizzazione, sul soggetto promotore e su quello responsabile delle modalità di presentazione e, non da ultimo sulla sostenibilità finanziaria.
Ci sembra giusto che l’Architetto Scaltritti abbia oggi sollevato il problema, in base alle sue conoscenze e valutazioni.
Riteniamo che questa possa essere una prima tappa, preliminare rispetto a una riflessione più generale sulla conservazione di tutto il patrimonio storico cittadino.
Nel caso specifico dell’affresco – che noi leghiamo comunque a tutte le altre situazioni in città dove a nostro avviso sono necessari interventi anche più urgenti e più importanti – ci sono degli aspetti peculiari da tenere in attenta considerazione.
Ci limitiamo a ricordare il primo – il più evidente – che già in molti hanno citato.
L’affresco non è in un qualsiasi edificio pubblico, è collocato in un ambito molto delicato che l’Amministrazione Comunale ha voluto affidare a un ente privato con finalità di istruzione ai giovani.
Questo comporta una particolare attenzione alla contestualizzazione storica dell’opera con anche una adeguata presentazione del suo significato (pensiamo anche solo alla figura di quegli uomini che, come antichi schiavi egizi, edificano la città sotto l’immagine del Duce a cavallo).
Già le “sgrammaticature” presenti nei pannelli posizionati fuori dall’edificio – quelli che vorrebbero sintetizzarne la storia ma che riescono solo a banalizzarla – dimostrano purtroppo, a nostro avviso, una colpevole faciloneria nel modo in cui viene oggi affrontato questo aspetto.
In primavera la dirigenza della scuola aveva assicurato che sarebbe intervenuta; sono passati più di sei mesi e stiamo ancora aspettando.
Anche in questa ottica, dobbiamo respingere oggi un metodo che si riduce al confronto fra una serie di proposte estemporanee, a volte fantasiose o addirittura fantascientifiche.
Occorre a nostro avviso, al contrario, mettere insieme e avviare in modo ponderato e consapevole un adeguato concerto di competenze storiche e artistiche, per valutare quale possa essere innanzitutto il programma complessivo della conservazione del patrimonio cittadino in modo da potervi poi inserire, nel rispetto della complessità del problema, le singole iniziative necessarie con le conseguenti priorità.
In questo modo verrebbe anche a cadere ogni eventuale dubbio – per altro oggi più che legittimo – sulla strumentalità di uno specifico intervento, a danno di altri probabilmente più urgenti.
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