Gallarate, Stefano Nazzi a Duemilalibri racconta la Milano criminale degli anni 70

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Stefano Nazzi

GALLARATE – Non c’è molta scelta: «Se prendi quella strada o finisci in galera o muori ammazzato. E così è stato per tutti loro: morti o in galera». Una storia nera. È fatta di sangue, sodalizi, tradimenti. È fatta di omicidi, passioni, amori. È potere. La voce inconfondibile di Stefano Nazzi, giornalista del Post, ricostruisce la Milano degli anni Settanta nel suo ultimo libro Canti di guerra. Nell’aria meneghina che si respirava in quel periodo, risuonano i nome dei banditi che dominavano le pagine di cronaca nera. Sono tre: Renato Vallanzasca, Francis Turatello, Angelo Epaminonda. E questa sera – 13 novembre – li ha raccontati ai circa 200 presenti nella Sala Arazzi del Museo Maga a Gallarate, per il nuovo appuntamento con la 25esima edizione di Duemilalibri.

Milano ieri, Milano oggi. Come cambia la criminalità

Sono gli anni di una Milano «molto diversa da quella di oggi», ha detto dialogando con Luca Crovi. Quei tre banditi, che diventano personaggi, scrivono la «storia della criminalità» meneghina. Una criminalità che «si sentiva, si vedeva». Adesso è diverso e anche il mondo violento è cambiato. E si presenta in forme differenti. Quel sistema «feroce», racconta Nazzi, è sfumato: dai 150 omicidi all’anno, l’ultimo anno se ne sono registrati 19. Ora, invece, da una parte c’è la microcriminalità, che è «ciò che dà la sensazione reale di insicurezza a tanti cittadini». Poi, c’è la «criminalità alta». Che rispetto ad allora «sta molto più indietro, non si fa vedere, segue il principio “un morto in meno, soldi in più”».

Nel suo libro Nazzi si concentra sui personaggi, appunto, e sul loro potere. «Amavano molto farsi vedere, parlare coi giornalisti: Vallanzasca era un narcisista incredibile», ha detto. Persone che hanno costruito la propria vita come se, alla fine, l’obiettivo fosse quello di poterla raccontare: aneddoti assurdi, che strappano sorrisi alla platea. E allora eccola, la domanda: quanta influenza avevano sulle persone? «Sono riusciti a costruire un’epopea intorno alle loro azioni criminali». Una storia «drammatica», certo. «Ma anche epica, per certi versi». Ascoltare, leggere, fino ad appassionarsi ai fatti di cronaca nera «crea empatie, un senso di protezione». Ma aiuta anche a «capire i limiti, contestualizzarli».

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A fare gli onori di casa è stato l’assessore alla Cultura, Claudia Mazzetti: «La nutrita partecipazione di stasera conferma che, anche questa volta, ospitiamo la persona giusta». Al suo fianco, il curatore del festival Alessandro Barbaglia: «Un onore e un piacere per me accogliere Nazzi, sono innamorato della sua scrittura e del suo podcast».

Canti di guerra

Con il suo podcast Indagini, sul Post, Nazzi è riuscito ad appassionare migliaia di italiana ai grandi fatti di cronaca nera. Quelle storie buie, spesso inquietanti, spesso irrisolte, talmente potenti che hanno la capacità di catturare il lettore (o l’ascoltatore) e di fargli dimenticare – anche solo per un momento – che tutto quello che legge (o ascolta) è successo davvero. Nel suo ultimo lavoro, il giornalista milanese mette ordine nella confusione degli anni Settanta nel capoluogo lombardo. Una città che viene definita, come riportato nella sinossi di Mondadori, «plumbea e irriconoscibile rispetto a quella di oggi». Per le strade, si legge, «si calpestano i bossoli di pistola, la media di omicidi è di 150 all’anno, nei locali notturni si mescolano delinquenti, imprenditori e personaggi dello spettacolo e le bische sono nascoste dentro a palazzi insospettabili». Qui si incrociano i destini dei tre banditi che «cambieranno le sorti della mala milanese». Uno è Turatello detto Faccia d’angelo. L’altro è Vallanzasca, rapinatore anarchico dipinto come il bel René. E poi c’è Epaminonda, per tutti il Tebano. Parte tutto da lì, per arrivare a oggi. Con i loro “canti di guerra” che tuttora riecheggiano.

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