di Gian Franco Bottini
Ci guardiamo in giro,ascoltiamo, cerchiamo di dipanare le contraddizioni, ci schieriamo di volta in volta con questo o con quel professionista della comunicazione, ci ritroviamo confusi il giorno dopo; il più delle volte chiudiamo giornali e televisioni sconcertati per quello che ci raccontano, con la sconsolata domanda ”ma come andrà a finire?”
Anche se abbiamo timore di dirlo non siamo purtroppo lontani dal poter affermare che siamo“in tempo di guerra”; magari in maniera diversa da quello che ci raccontavano i nostri padri ma purtroppo in maniera più infida e repentina, per cui la domanda che ci facciamo di come andrà a finire contiene sempre il timore di un nostro più stretto coinvolgimento nelle vicende. Non possiamo negarlo.
Gente normale come noi, fa molta fatica a comprendere e prevedere le logiche e le azioni dei signori della politica mondiale, anche se sovente, interpretandole nel modo più semplice e spoglio dalle elucubrate e fumose contorsioni dialettiche della diplomazia, pure noi riusciamo a farci una idea di dove, nelle varie questioni, si vuole o si vorrebbe andare a finire.
Prendiamo la situazione di Gaza; senza voler entrare nel campo dei torti e delle ragioni ma restando in quello dei fatti e delle loro evoluzioni. Se prima dell’inizio di tutta la vicenda, si fosse voluto fotografare lo stato delle cose, i protagonisti e i rapporti fra loro in quel momento, non si sarebbe andati molto lontano da quello che segue. Avremmo visto in primo piano Israele e Hamas ringhianti, ma subito dietro loro, con una mano sulle spalle rispettivamente dell’uno e dell’altro, gli Usa e l’Iran, con alcuni stati arabi a giocarsi partite varie e trasversali ed altri, come gli europei, a giocarsi partite separate.
Gli israeliani, nel 1948 al momento della costituzione del loro Stato, si contavano in qualche centinaia di migliaia di unità, oggi si calcolano in una decina abbondante di milioni; da anni i coloni israeliani stanno stretti nei territori loro assegnati e premono verso la striscia di Gaza, una regione che, come la Cisgiordania, nel 1948 era stata assegnata ai palestinesi. La “striscia”, più o meno democraticamente, è finita nel tempo sotto il giogo di Hamas, un partito politico che nella striscia stessa , oltre che confrontarsi con Israele, si è fortemente armato e logisticamente attrezzato con la costruzione di centinaia di chilometri delle oramai famose gallerie militarizzate.
Questa era la fotografia del 6 0ttobre 2023; il giorno successivo si sarebbe scatenato l’inferno!
In quel momento, alla vista delle scioccanti immagini di quanto avvenuto, immediatamente ci ponemmo la domanda (probabilmente la stessa di molti lettori) su come fosse stato possibile che uno Stato estremamente dotato sia dal punto di vista degli armamenti che in quello dell’intelligence (e la recente repentina operazione militare in Iran ne ha data una indiscutibile dimostrazione) avesse potuto farsi sorprendere sia da quella prevedibile aggressione sia da tutto quel trambusto, durato anni, che, semplicemente”guardando fuori dalla finestra di casa”, avrebbe potuto essere notato, per la costruzione di chilometriche gallerie e per il trasporto di armamenti pesanti.
Confessiamo che allora la cosa ci parve così assurda da far dubitare che quella cruenta aggressione subita non solo fosse attesa ma persino funzionale a fungere da acciarino per l’innesco di tutto quanto avvenne dopo. Un pensiero malevolo che richiamava il terribile prezzo pagato dai tanti ostaggi, ma che veniva rinvigorito qualche settimana dopo, quando il presidente Trump, in una conferenza stampa che rappresenta uno dei suoi più alti momenti clowneschi, presentava il suo progetto di pacificazione nella forma della “striscia” trasformata in “Riviera di Gaza”, con il trasferimento coatto di qualche milione di palestinesi e con al centro una sorta di Dubai in stile monegasco. Una sortita allora, ed oggi ancor di più, rivoltante solo nel pensarla ma che comunque non può non essere presa come un indicatore di pensieri alberganti sullo sfondo di una vera tragedia in atto.
La minacciata occupazione della “striscia” da parte israeliana, le azioni di guerriglia di coloni israeliani spinti siano in Cisgiordania, uniti alle condizioni iniziali alle quali abbiamo accennato, a noi, “gente normale” fanno intuire che non manca molto per vedere come “andrà a finire” . Probabilmente come si era progettato dall’inizio: con la “striscia di Gaza” occupata, in parte colonizzata e in parte “ricostruita”, magari assecondando i suggerimenti dell’architetto Trump e comunque con il “generoso” apporto di molti, oggi pressochè distratti spettatori di questo tragico momento.
Scusate; ci siamo scordati dei palestinesi. Pare siano in molti d’accordo nell’ingaggiare le indimenticate Sorelle Bandiera per cantar loro “Fatti più in là…”!
bottini gaza israele – MALPENSA24
