di Massimo Lodi
Siamo in bolla, siamo al bollo. Siamo in bolla: dentro una crisi economico-sociale che il ministro Giorgetti non nega. Anzi, denunzia. Fa sapere: qui si sgobba, ma le cose van male e andranno peggio. Ci vorrebbero misure strutturali. Ci vorrebbero, però le elezioni incalzano, chissà se anticipate nella primavera ’27 (probabile, ad usum Melonianum) o a scadenza naturale, autunno successivo. E lo scopo primario, non di Giorgetti e però della /del presidente che vuole il bis, è vincerle. Dunque raccogliere consenso. Perciò garantire bonus acchiappaconsensi. Ergo: pur se in bolla, siamo al bollo. Al colpo di spugna sulla tassa di circolazione., giusto nel fatidico ’27, anno delle urne. Poi si vedrà, anche se le si assegna l’etichetta di misura durevole nel tempo, al costo di 2,4 miliardi l’anno, ammazzahò. Etichetta, sì. Pacco, boh. E poco importa a GM l’imbarazzante memoria storica: dicembre 2025, vigilia delle regionali calabresi, ironizzò sul candidato cinquestelle Tridico che –mortacci sua– garantiva, se scelto dai concittadini, l’abolizione del bollo. Proclamò Giorgia dal palco di Atreju: “Cetto La Qualunque in confronto era Ottone di Bismarck”.
Scandalizzarsi? Ma no. Di cilindri tirati fuori dal cappello pre-voto è piena la vicenda repubblicana. Per esempio: ci s’ingegnò Berlusconi abolendo l’Ici sulla prima casa. Renzi ne seguì le tracce, con l’elargizione degli 80 euro. E infiniti altri provvedimenti, mirati di volta in volta di settore in settore di ceto in ceto, hanno animato le vigilie del pronunciamento nazionale. Il centrodestra d’oggi fa allo stesso modo dei centrodestra e dei centrosinistra che l’han preceduto. Qui, ecco ehm, smentendosi senza muover muscolo facciale, come usano gli esclusi a lungo dal potere divenuti inclusivi d’ogni potere. Però la situazione del momento è peggiore che in momenti del passato, e prima di demagogizzare simili annunci bisognerebbe far due conti, quelli che tornano a fatica o non tornano affatto a Giorgetti. Tipo: gl’incassi del bollo vanno alle Regioni, se glieli levi dove troveranno le Regioni quei soldi? Garanzie vaghe, ora come ora. Pericolo meno vago: un ulteriore aumento dell’Irpef, un’ulteriore riduzione dei servizi offerti.
E dunque. Viva una tassa in meno. Ma purché non ci tocchi pagarne di alternative, dovendo comunque quadrare il bilancio dello Stato e restando sullo sfondo, cioè intangibili, misure esse sì efficaci. La prima di tutte: una riforma fiscale che costringa chiunque a versare secondo il suo reddito e a subirne le conseguenze qualora sfugga al dovere civico. Poi, impatto minore e tuttavia d’un significato di sostanza vera: richiedere un extra contributo a quanti hanno extra profittato -aziende energetiche e istituti bancari- in guadagni negli ultimi anni. Infine, noterella di politica politicienne: Meloni s’intesta la scelta, brucia Tajani e Salvini, lascia intendere che vuole sprintare verso un voto ad aprile-maggio, metterà la fiducia sulla legge elettorale che la Camera deve licenziare il 29 settembre, va di corsa obbligata dal corsaro Vannacci. Segnale: a populista, populista e mezzo. E la sinistra? Dica quello che vuole, intanto facendo nulla di ciò che deve. A proposito di programma, leader, confini dell’alleanza. È sempre nella sua bolla, conserva il suo bollo: un marchio di sventurata impotenza.
