Giornalisti tra bombe e finta solidarietà

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Sigfrido Ranucci

Una volta, scherzando ma neanche tanto, si diceva che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare. Una convinzione e una sciocchezza che sopravvivono ancora, un luogo comune che gira tra i tanti che non sono mai entrati in una redazione, che ignorano le difficoltà di una professione sempre più complicata e avversata dall’establishment e dall’opinione pubblica. Chi conta, soprattutto in politica, cerca in tutti i modi di condizionare o mettere a tacere gli operatori dell’informazione. Bastino a conferma le ultime normative che impediscono di pubblicare notizie in modo completo, nel nome della privacy e del garantismo. L’obiettivo è un altro, e non ci vuole molto a comprendere quale sia: tutelare i potenti colpiti da provvedimenti giudiziari.

La maggior parte dei cittadini è convinta che i giornalisti godano di chissà quali privilegi. Provino, tutte queste persone, a chiederne conto ai precari che lavorano nei giornali, nelle Tv e negli online. Ai tanti, troppi precari che ricevono remunerazioni da fame: anche cinque euro lordi per articolo! Poi, per carità, ci sono “firme” pagate per il loro prestigio. O perché sanno come si sta al mondo: leccando i piedi (eufemismo) ai personaggi giusti. Qui si apre un mondo, sia ai livelli alti sia in provincia, quando, a volte, la deontologia, il pluralismo, la correttezza, l’etica e l’autonomia finiscono sotto i piedi.

Sempre meglio che lavorare? Già, esponendosi alle minacce e alle intimidazioni. La bomba fatta esplodere sotto l’auto di Sigfrido Ranucci  rappresenta il vertice delinquenziale di un contesto che non bada a colpire i giornalisti scomodi, che raccontano fatti che danno fastidio, che scoperchiano vicende che “disturbano” la politica, le istituzioni, l’economia, i poteri forti. Così che nel mirino finiscano i giornalisti che fanno semplicemente il loro mestiere. Con l’attentato intimidatorio al conduttore di Report siamo oltre il lecito, si colpisce la libertà di stampa con mezzi utilizzati dalla mafia, pericolosi, forieri di conseguenze letali. Dimostrarsi preoccupati è ancora poco.

Non sono soltanto gli esplosivi a tentare di condizionare la stampa. C’è un filo rosso che unisce le intimidazioni, comprese quelle meno cruente, come l’utilizzo delle querele, in molti casi temerarie. Un modello che va per la maggiore: si querela perché si raccontano situazioni vere, acclarate, verificate, che però minano la reputazione di indagati o imputati. Si querela per le opinioni, per l’esercizio della critica alle scelte istituzionali e della politica. Il pensiero unico sta a sinistra come a destra: se dici ciò che ne contraddice il merito passi per un sovversivo, un rimestatore, un sedizioso. E se non ti querelano, te la “fanno pagare” in mille altri modi (provare per credere). Non è un caso che il nostro Paese sia in fondo alle classifiche mondiali che misurano la libertà di stampa.

Mestiere affascinante, il giornalista. Sì, per chi ha ancora il coraggio di sceglierlo senza approfondirne le eventuali conseguenze. Ma la libertà di un Paese si stima con la libertà della sua informazione. Né più né meno ciò che sostiene l’Associazione lombarda dei giornalisti in una nota nella quale chiede “alle istituzioni e alla politica di cominciare a valorizzare il ruolo dell’informazione smettendo di attaccare a testa bassa testate, redazioni e singoli colleghi quanto scrivono e riportano di fatti che li coinvolgono. La democrazia del Paese passa solo da un’informazione libera e che opera in sicurezza”. Giusta esortazione. C’è però da domandarsi come si comporteranno istituzioni e politica passata l’ondata mediatica e emozionale per l’attentato a Ranucci, momento contrassegnato da dichiarazioni unanimi di solidarietà e a difesa dell’intangibilità della libertà di stampa. Tutte belle parole di circostanza dietro alle quali è sempre pronta  la mordacchia.

giornalisti ranucci libertà – MALPENSA24

 

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