Una tappa durissima, segnata da pioggia, freddo e oltre 230 chilometri di fatica, ha lasciato il segno al Giro d’Italia. La quinta frazione si è trasformata in una vera prova di resistenza per il gruppo e, tra chi ha saputo stringere i denti fino all’ultimo metro, a colpire l’attenzione di Mario Cipollini sono stati soprattutto Eulàlio e Arrieta.
La zampata
L’ex campione del mondo ha analizzato la giornata senza nascondere l’ammirazione per i protagonisti della fuga: “Giornate così sono veramente toste per tutti, ma soprattutto per i corridori. Fare oltre 230 chilometri sotto la pioggia, praticamente dal primo all’ultimo chilometro, affrontando salite con temperature bassissime in quota, è davvero complicato”.
Poi il passaggio più sentito, dedicato ai due attaccanti di giornata: “Bravissimi Eulàlio e Arrieta, perché oggi ci hanno dato una lezione di sport e anche di vita. Inseguire a lungo un obiettivo significa spesso rischiare di vederselo sfuggire proprio all’ultimo, ma quello che conta è continuare a crederci e dare tutto sé stessi”.
Cipollini si sofferma anche sul gesto simbolico che ha chiuso la tappa: “Quando li ho visti abbracciarsi dopo l’arrivo mi hanno fatto davvero tanta tenerezza. Questa è la parte più bella del ciclismo e dello sport in generale”.
La bicicletta questa sconosciuta
Non manca però una riflessione critica sul ciclismo moderno. Secondo il “Re Leone”, oggi molti corridori mostrano difficoltà nella gestione tecnica della bicicletta dopo una caduta: “Vedo molta macchinosità quando devono ripartire. Quasi sempre serve il cambio bici oppure, anche quando riescono a sistemare la catena, impiegano tantissimo tempo”.
Per Cipollini la differenza sta soprattutto nella formazione delle nuove generazioni: “La mia generazione e quelle precedenti erano molto più abituate a vivere la bicicletta. Smontavamo e rimontavamo il mezzo continuamente. I ragazzi di oggi probabilmente hanno meno dimestichezza pratica con la bici e questo, secondo me, rappresenta un limite”.
Infine uno sguardo alla classifica e alla situazione di Giulio Ciccone, apparso deluso al termine della giornata: “Penso che Ciccone sia arrabbiato perché il suo sogno era arrivare a Blockhaus con la maglia rosa. Per lui sarebbe stato quasi come arrivare a casa indossandola”.
Secondo Cipollini, la strategia della squadra ha inevitabilmente inciso sul risultato finale: “La Trek oggi aveva una squadra divisa a metà: una parte impegnata a proteggere Milan e l’altra inevitabilmente più scoperta. Probabilmente sarebbe bastato tenere un’andatura regolare per impedire alla fuga di arrivare e consentire a Ciccone di mantenere la maglia rosa”.
Il finale resta comunque aperto: “Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni. Una cosa però è certa: il ciclismo riesce sempre a regalarci qualcosa di straordinario”.
