Al mondo del calco piacciono i giocatori intelligenti, purché non lo siano per davvero. Perlomeno che la loro intelligenza non la usino e non ne facciano sfoggio. Vanno bene le interviste concordate, vanno bene i social purché si esprimano banalità. Ma non sia mai che un calciatore dica quello che pensa veramente. Prendete il caso di Milan-Como che è stato deciso si giocherà a Perth il 7 o l’8 febbraio. Sì, avete capito bene, in Australia. Più o meno a 15mila chilometri da Milano e Como. Se parti alle 9 del mattino da Malpensa arrivi a Perth a mezzogiorno e mezzo del giorno dopo. Su questo, ieri Adrian Rabiot intervistato dal quotidiano francese Le Figaro era stato chiaro: “Sono rimasto sorpreso quando ho saputo che con il Milan giocheremo una partita di Serie A in Australia. È completamente folle. Ma si tratta di accordi economici per dare visibilità al campionato, cose che ci superano. Si parla molto dei calendari e della salute dei giocatori, tutto questo sembra davvero assurdo. È pazzesco fare così tanti chilometri per una partita tra due squadre italiane in Australia. Dobbiamo adattarci, come sempre”.
Il francese ha detto una cosa giusta, logica, sensata e condivisibile. Impossibile dargli torto. Rabiot ha ragione su tutta la linea. È una questione di rispetto del campionato, dei tifosi e degli atleti stessi già iperstressati da un calendario inzeppato di appuntamenti di ogni tipo. Un logorio che porta inevitabilmente a uno scadimento delle prestazioni e dello spettacolo. C’è invece un incremento esponenziale del rischio di infortuni.
Però quello che ha detto il francese a qualcuno non va bene. A Luigi De Siervo, per esempio, ad della Lega Calcio: “Rabiot si scorda, come tutti i calciatori che guadagnano milioni di euro, che sono pagati per svolgere un’attività, cioè giocare a calcio. Dovrebbe avere rispetto dei soldi che guadagna e assecondare maggiormente quello che è il suo datore di lavoro, cioè il Milan, che ha accettato e spinto perché questa partita si potesse giocare all’estero”. In pratica, secondo De Siervo la cui fatica più grande a Perth sarà quella di farsi il nodo alla cravatta o indossare i mocassini, Rabiot non deve disturbare. Anzi, dovrebbe comportarsi come un animale ammaestrato. Come una scimmietta da circo. Però Rabiot è pagato appunto per giocare a calcio, non per essere uno schiavo senza possibilità di parola.
Ma perché si è arrivati a questa scelta? La partita era in programma l’8 febbraio a Milano, ma San Siro è occupato per l’Olimpiade invernale. Certo, si sarebbe potuto giocare in qualsiasi altro stadio d’Italia. Al limite anche invertire andata e ritorno visto che Como-Milan si giocherà in notturna il 15 gennaio. Ma l’odore dei soldi da prendere in Australia era troppo forte. I due club erano d’accordo, Lega e Federazione pure. Gravina, presidente Figc e vice presidente Uefa ha messo il piede sull’acceleratore, non sia mai che scappi l’occasione. Così è arrivato anche l’ok della Uefa. Il comunicato del presidente Ceferin è patetico: “Sebbene sia deplorevole dover rinunciare a queste due partite, questa decisione è eccezionale e non deve essere considerata un precedente. Il nostro impegno è chiaro: proteggere l’integrità dei campionati nazionali e garantire che il calcio rimanga ancorato al suo ambiente nazionale”.
Anche Villarael-Barcellona di Liga emigrerà e non si giocherà in Spagna ma a Miami, negli Stati Uniti. E a Vila-Real non ci sono in programma le Olimpiadi. Così per la prima volta due partite di campionati nazionali saranno giocate all’estero. Contrariamente a quanto dice oggi Ceferin non sarà l’ultima. È l’inizio della fine dei campionati nazionali, almeno per come li conosciamo.
