VARESE – «Per me è sempre qualcosa di magico, mi sono sentito emozionato»: così ha risposto ieri, domenica 29 marzo, il regista Francesco Lagi, alla domanda di Paolo Franchini su che cosa avesse provato, al suo ritorno a dirigere, la prima volta in cui ha detto “motore”. Come ha ricordato il conduttore dell’incontro, «al Miv ormai sta diventando tradizione avere regista e cast quando esce un nuovo film, stasera avremo ospiti sia l’uno che l’altro».
Un poeta che conosce la fragilità e il disorientamento
L’occasione è stata la presentazione del film “Il dio dell’amore”: «il suo messaggio ruota intorno a come l’amore viene visto da diversi personaggi. Parla di sentimenti e quindi noi vi abbiamo messo dentro i nostri, le nostre emozioni e le nostre storie». Figura centrale per la storia è Ovidio, interpretato – «per me non è la prima volta a Varese perché sono attore di teatro; è però la prima come attore di cinema» – da Francesco Colella: «Non è stato facile impersonare un uomo di duemila fa. È sì un poeta che parla dell’amore ma ne conosce anche le fragilità, e il disorientamento che provoca. Ho pensato che anche lui desideri un mondo amoroso».
Un segno del destino
Come ha aggiunto Lagi, «ho avuto un umile, piccolo, interesse a esplorare che cosa vuol dire questa parola, “amore”, attraverso diversi attori e diversi personaggi. Mentre io e Francesco siamo amici, lavorare con Vanessa, un’attrice sottile, raffinata e generosa, è stato un segno del destino». «Non ho parole per descrivere questo film – così Scalera – che parla di come ci troviamo tutti sotto lo stesso cielo, con il volto della fragilità. L’incontro con Francesco Colella è stato meraviglioso, così come meravigliosa è la grazia di “Il dio dell’amore”, film vero che sono felice di aver fatto».
Macchina da presa e Super 8
Come ha poi spiegato Colella, realizzare un lungometraggio è un processo «tutt’altro che regolato e prevedibile; anzi, devi continuare a improvvisare. Il problema del regista è che deve dare l’idea che tutto sia sotto controllo: quindi finisci per fare finta, perché spesso agisci per istinto. Girare “Il dio dell’amore” è stato infatti complicato perché è un film molto articolato; inoltre abbiamo utilizzato sia la macchina da presa che il Super 8 e purtroppo è stato complesso da fare». Scalera ha lavorato nelle le prime due settimane di riprese: «Ho poche parole. Siamo andati alla prima al Fonorama e ho poche parole perché mi è piaciuto. Eravamo entusiasti, abbiamo sorriso e ci siamo detti: “Che cavolo di bel film abbiamo fatto”».
Un universo sonoro creata da Stefano Bollani
«È difficile rinunciare alle compagnie se ti trovi bene – ha così commentato Colella l’intesa instaurata con il cast – inoltre a volte alcuni personaggi sono migliori di te e ti educano sentimentalmente. Ma voi – rivolgendosi al pubblico in sala – dovete comunicare la bellezza dei film come questo, per cui Stefano Bollani ha creato con le sue musiche un universo sonoro, che hanno un’anima poetica, fragile e potentissima; perché possano diffondersi ci vuole la volontà delle persone di dire alle altre a casa che è una cosa bella».
Trama
“Il dio dell’amore” è un viaggio, o un’esplorazione, nelle relazioni amorose. Una storia sui destini sentimentali di alcune persone, sui loro modi di amarsi, di sfiorarsi, di entrare in contatto uno con l’altro. È un racconto corale dal tono ironico, sorridente ma anche amaro, che disegna una umanità impelagata nel caos dei sentimenti che da sempre ci agitano e ci meravigliano. I personaggi (tra gli altri interpreti ci sono Anna Bellato, Benedetta Cimatti, Chiara Ferrara, Isabella Ragonese, Enrico Borello, Corrado Fortuna e Vinicio Marchioni) sono tutti collegati da relazioni amorose e, se visti tutti insieme, tutti parte di un fitto disegno, una tessitura dove ognuno è un nodo, un inizio e una fine.
