Il governo Meloni tra ideologia e realpolitik

bottini governo realpolitik
Il generale libico Almasri

di Gian Franco Bottini

A pochi giorni di distanza siamo stati testimoni mediatici di due episodi, analoghi per natura ma diversi nelle reazioni che hanno generato.

Il primo caso; quello di tale generale Almasri, patron delle famigerate carceri libiche note per torture e maltrattamenti, colpito da un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale (CPI) , fermato dalla nostra Polizia a Torino ma poi rapidamente rimpatriato, facendo arrabbiare la suddetta Corte e, in Europa, tanti sepolcri imbiancati. Fino all’indagine della magistratura italiana che, per lo stesso caso, vede indagati Giorgia Meloni e alcuni suoi ministri. Con tutte le realative conseguenze, non soltanto politiche.

Vale comunque ricordare che la CPI è lo stesso importante tribunale, elogiato dal mondo occidentale quando spiccò il mandato di arresto per Putin e che attualmente sta per esprimere un giudizio (pare non leggero) sui comportamenti guerreschi di Netanyahu.

Il secondo caso, di pochi giorni prima; quello di un ingegnere iraniano, ricercato dagli USA per traffico di armi, arrestato dalla Polizia milanese e (con il permesso di Trump dopo la ben nota visita lampo della nostra Première) rilasciato con felice ritorno in Patria.

In tutti e due i casi i rappresentanti del nostro Governo hanno farfugliato delle giustificazioni che, se non inquadrate in un contesto di realpolitk, sono facili da definire emerite“supercazzole”. Giusto per fissare delle definizioni (un po’ scolastiche ma fatte per capirci) si può dire che mentre la “politica” è, o dovrebbe, essere fondata su sentimenti, principi e ideologie, la realpolitik si basa prioritariamente, e spesso unicamente, sul pragmatismo degli interessi del Paese e delle situazioni del momento.

In ambedue i casi citati la realpolitik l’ha fatta da padrona e malgrado i farfugliamenti del Governo le contropartite ottenute per le nostre decisioni sono del tutto evidenti.

Nel primo caso era in gioco la tenuta degli accordi con la Libia per il freno all’immigrazione nel nostro Paese; nel secondo caso, invece, il baratto con l’Iran riguardava il rilascio da parte dell’Iran della nostra connazionale, la giornalista Sala.

Si fa ma non si dice” era una canzonetta di tant’anni fa, ma che ancor oggi può essere cantata da chi governa ( indipendentemente da nazioni, ideologie o parti politiche) e il perché è molto evidente. Noi stessi (la cosi detta opinione pubblica), sempre pronti ad appellarci ad ideologie e principi, di fronte ad episodi di realpolitik, come quelli che stiamo esaminando, abbiamo comportamenti contrastanti.

Nel primo caso citato, forse perché di mezzo c’era un antipatico personaggio con una pessima fama (o più facilmente perché a molti non era chiaro “a noi cosa ci veniva in tasca”) si è scatenato il disappunto generale e l’incalzare di richieste di chiarimenti che non si sono ancora placate. Nel secondo caso, perché il rientro di Sala era ovviamente, oltre il resto, un caso umano e dal baratto avevamo tutto da guadagnare (che ce ne frega dell’ingegnere trafficante d’armi!) nessuno s’è posto alcun problema.

Per questa legittima discrasia comportamentale nessuno di noi deve comunque farsi un problema; il governante invece deve tenerne conto. Lui (o Lei) alle ragioni della realpolitik spesso non si può sottrarre, nell’interesse del Paese e dei suoi cittadini; fornire poi una trasparente motivazione è invece altra cosa, perché spesso può significare contraddirsi sul proprio passato o sui principi e ideologie che fanno parte della sua storia politica. E per un “politico” questo significa rischio nel consenso popolare.

Per la nostra Première, capo del governo e contestualmente capo del suo partito, la cosa è ancor più complicata e gestire situazioni che possono essere classificate di “doppiofaccismo”  (attenzione, per evitare inutili fraintesi, non abbiamo detto “doppiofascismo”) non è sicuramente cosa semplice e che può costringere a fare dei passi indietro, proprio nel campo delle ideologie e dei principi, per togliersi dal cammino qualche inciampo.

Così come pare abbia fatto, in occasione della Giornata della Memoria, la nostra Première, rimarcando con estrema chiarezza (e ci risulta per la prima volta) le responsabilità del fascismo nella sua partecipazione a sostegno della shoah. Non era forse quello che si aspettava chi da tempo chiede una sua dichiarazione di non essere fascista, ma è senz’altro la dichiarazione di una precisa presa di distanza dalla parte più odiosa nella storia ventennio.

Di questi tempi, dove l’antisemitismo crescente si mescola con la questione palestinese e con una guerra sicuramente disumana, ci sono dei concreti rischi che la memoria della shoah perda di intensità; l’intervento di Meloni, preciso e deciso, come si suol dire: “è tanta roba”.

bottini governo realpolitik – MALPENSA24
Visited 254 times, 1 visit(s) today