Il Papa, Gigi Farioli e i giapponesi in San Pietro

farioli papa giapponesi
Gigi Farioli: "In alto i cuori e le bandiere"

La storia politica di Busto Arsizio e della provincia di Varese degli ultimi quarant’anni ha un nome e un cognome: Gianluigi Farioli. Più familiarmente, Gigi. Un ciclone dentro un sistema paludato e mistificatorio come quello politico. Ma non è di questo che vorremmo parlare, in tanti hanno già detto, stanno dicendo, diranno. A volte a proposito, altre volte a sproposito: si sa come vanno le cose del mondo e come ci si approccia davanti all’uscita di scena di chi abbiamo conosciuto, volendogli bene se possibile.

E allora, cosa raccontare di Farioli? Ci vorrebbe un’enciclopedia, e forse non basterebbe ancora. Una vita piena, la sua. Che trabocca di ricordi e, tra i ricordi, di aneddoti. Cento, mille episodi che descrivono un personaggio, meglio, “il personaggio”, nelle cose pubbliche e in quelle private con gli amici. Un’esuberanza contagiosa, a volte sopra le righe; magistrale oratoria in un florilegio di situazioni divertenti, meno felici, a loro modo straordinarie. Come alle partite della Pro Patria o della squadra cittadina di pallavolo, in consiglio comunale o in Regione. Come quella volta in San Pietro, in occasione del pellegrinaggio delle parrocchie di Busto Arsizio, guidate da monsignor Claudio Livetti, a Roma.

Ore 10, udienza da Papa Benedetto XVI. Con Gigi c’era chi scrive, che in quella circostanza lo accompagnava. Arrivammo in forte ritardo. I fedeli, tra cui quasi mille bustocchi, avevano preso posto nella basilica fin dalle prime ore della mattina. Ci volle un po’ a convincere i gendarmi del Vaticano che quell’omone in fascia tricolore fosse davvero il sindaco. Finalmente, si mossero a compassione e per recuperare minuti preziosi ci fecero passare dalla corsia centrale della navata, quella da cui sarebbe transitato il Papa. Farioli davanti, il sottoscritto dietro con in mano una pesantissima raffigurazione della Madonna dell’Aiuto, venerata a Busto, da regalare a Sua Santità e il tabarro nero che Gigi si era tolto all’ingresso. Imbarazzo e memorabile momento.

Fu una specie di apoteosi. “Sindaco, sindaco”, “Gigi, Gigi” chiamavano dai contrapposti lati delle transenne i suoi concittadini, chiedendogli fotografie e strette di mano. Si concedeva a tutti, con gli addetti al servizio d’ordine che ci spingevano in cima alla navata, dove era riservato il posto per le autorità: dal fondo stava entrando il Papa. Scena da filmare quando alcuni turisti giapponesi, osservando quella confusione, provarono a immaginare chi mai fosse quell’imponente signore tanto acclamato. “Photo, photo” fu la pressante richiesta. Lui alzò le braccia in segno di saluto e si parò dinnanzi a loro, e giù scatti e inchini, arigatò e sorrisi. “Mayor di Busto Arsizio” si identificò con voce stentorea. “Sono il sindaco di Busto”: lo pronunciò con orgoglio e voglia di rappresentare la sua città, per lui sempre “capitale”. Anche in Giappone.

Poi, finalmente, raggiunta la base del baldacchino del Bernini, ci accorgemmo che poco più in là avanzava il Papa. Mi piace pensare che, se avesse potuto, Gigi Farioli sarebbe salito in cattedra al suo posto per spiegare ai presenti la devozione alla Madonna dell’Aiuto, alla quale egli si rivolgeva spesso con le sue preghiere. Terminata l’udienza non resistetti dal chiamare un conoscente comune: “Sono disorientato – gli rivelai  – non so più chi sia il Papa e chi il sindaco”.

Iperbole ironica, che non vuole essere affatto irriverente, ma che segnala l’affetto che la gente aveva per Gigi Farioli. Anche nelle ultime settimane, quando pranzava da solo ai tavoli del ristorante Capri, aggredito dalla malattia e dalla depressione a cui andava soggetto, chi lo salutava lo chiamava “sindaco”. Non un caso: era ed è  il “sindaco per sempre”. Non ci lascia un semplice vuoto, ma una voragine in fondo al cuore. E se da qualche parte, fra Tokyo e Osaka, qualcuno riguarderà la fotografia di quell’uomo con le mani alzate che diceva loro di essere “mayor di Busto Arsizio” e si domanderà ancora chi fosse davvero, sappia che qui da noi ne conserveremo commossa, sincera e indelebile memoria. Cercando di tenere, persino in questa tristissima circostanza, “in alto i cuori e le bandiere”, come era solito congedarsi. Busto Arsizio adesso gli renda merito.

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